Relazione Mons. Moneta

Paolo Moneta

Valutazione delle prove, vicenda matrimoniale e giudizio di nullità

1) Il giudizio di nullità del matrimonio fa riferimento al momento costitutivo di esso, alle condizioni ed alle modalità con cui è stato posto in essere dai due contraenti. E’ a questo preciso momento che vanno ricondotti eventuali impedimenti, difetti o vizi di consenso, carenze nella forma canonica di celebrazione. Tutto quello che avviene successivamente, la vita coniugale con il suo carico di gioie e dolori, di realizzazione personale o di disillusione, di apertura a nuove creature o di chiusura nel proprio egoismo: tutto questo non ha alcuna diretta attinenza con la validità del matrimonio, ormai “consumatasi” al momento della prestazione del consenso.

Volendo usare un’immagine che mi sembra renda bene quanto stiamo dicendo, è come se il giudizio di nullità venisse condotto sulla base di una fotografia scattata (come avviene abitualmente) quando i due sposi, dinnanzi all’altare, pronunciano le parole del consenso matrimoniale. La fotografia viene conservata a ricordo di questo momento così importante, anche se l’esito della vita coniugale è andato in direzione diversa da quella che si auspicava. La fotografia viene recuperata, ingrandita, sezionata in ogni dettaglio, esaminata con filtri e risoluzioni speciali, alla ricerca di una zona d’ombra, di una qualche anomalia che difficilmente sarebbe stata percepita da un osservatore comune, ma che ora, con i più moderni strumenti di indagine, viene individuata, messa in evidenza, valutata in tutta la sua consistenza. Ci si accorge così che essa è tale da alterare e corrompere quella realtà di unione coniugale così ben rappresentata, al suo stato nascente, dalla fotografia.

Questa concentrazione sul momento costitutivo del matrimonio non significa, per altro, che le vicende della vita coniugale debbano essere completamente ignorate. Queste vengono abitualmente ricostruite, anche con molta attenzione, nei giudizi di nullità di matrimonio, ma soltanto per ricavare elementi di prova indiretta, tali da supportare o indebolire, confermare o smentire, quegli elementi più strettamente attinenti alla costituzione del rapporto coniugale. La vita coniugale viene pertanto confinata in una posizione secondaria e subalterna: spesso, più che sul piano più propriamente giuridico, essa viene presa in considerazione sul piano della comprensione e della condivisione umana, della sollecitudine pastorale, dell’apprezzamento morale.

Eppure, vi sono non poche ragioni che dovrebbero portare ad una maggiore valorizzazione della vita coniugale anche ai fini della valutazione relativa alla validità giuridica del matrimonio.

Va, innanzi tutto, tenuta presente l’evoluzione del concetto di matrimonio che si è avuta a partire dal Concilio Vaticano II e che è stata successivamente sviluppata dal Codex iuris canonici del 1983. Concepire il matrimonio come una “intima communitas vitae et amoris coniugalis” (Gaudium et spes, n. 48) o come “totius vitae consortium” (can. 1055) porta inevitabilmente ad orientare il regime giuridico delle nullità sulla base di questa fondamentale realtà. Ed in effetti sempre più il diritto tende ad attribuire efficacia invalidante a quelle circostanze che, sul piano umano, impediscono la realizzazione di tale comunione di vita coniugale.

Una chiara conferma di quanto stiamo dicendo si ha esaminando i motivi di nullità introdotti per la prima volta dal codice del 1983. Emblematica, in proposito, è la incapacitas obligationes matrimonii essentiales assumendi prevista dal ca. 1095 n. 3. Qui il motivo di nullità è posto in strettissima connessione con la communio vitae che i due sposi sono chiamati a realizzare. Ne deriva che anche l’effettiva sussistenza di questo capo di nullità non può che emergere concretamente nel corso della vita coniugale. E’ soltanto quando viene messa alla prova della vita matrimoniale che la capacità della persona può rivelare quelle carenze che la rendono non idonea a far fronte alle relative obbligazioni essenziali. In questo tipo di cause, il giudizio di nullità non potrà quindi che partire dalla vita coniugale, dalla sua mancata od incompleta realizzazione. Soltanto su questa base fondamentale la valutazione cercherà di risalire al momento costitutivo del matrimonio, nel senso di verificare che l’incapacità dimostrata concretamente dal coniuge era già presente, almeno nelle cause di natura psichica che l’hanno determinata, al momento della prestazione del consenso matrimoniale .

Considerazioni analoghe valgono anche per il dolo, il nuovo vizio del consenso matrimoniale introdotto dal codice al can. 1098. La considerazione del dolo, quale vizio autonomo di nullità rispetto all’errore, è indubbiamente dovuta ad una sua maggiore incidenza sulla effettiva realizzazione del totius vitae consortium. Come infatti fu osservato, essendo il matrimonio una comunità di vita, «questa non si realizza mai nei casi in cui si nasconde una qualità negativa grave, fisica o morale: quando il contraente innocente ne viene a conoscenza (e ciò accade assai spesso) è il crollo». Si può dunque affermare: “Nulla infatti sembra più ripugnare all'incontro delle due persone, considerate nella loro dignità spirituale in un atto che le impegna integralmente per tutta la vita, che l'inganno teso dall'una all'altra... su di una qualità la cui presenza o assenza è decisiva per l'intero consortium vitae»[1].

Esaminando più da vicino questo nuovo vizio di consenso, si può osservare che la scelta legislativa è stata ancora più precisa nella direzione ora indicata, perché il dolo, secondo il can. 1098, acquista efficacia invalidante soltanto quando ha ad oggetto una qualità del contraente “quae suapte natura consortium vitae coniugalis graviter perturbare potest”. Non solo quindi da un punto di vista generale, ma proprio con riferimento alla particolare figura adottata dal legislatore, il dolo acquista efficacia invalidante solo in quanto può risolversi in un grave pregiudizio della vita coniugale. Certamente, anche in questo caso, il turbamento della vita coniugale va ricondotto al momento originario del patto coniugale, nel senso che la qualitas, in se stessa considerata, suapte natura, deve essere idonea a produrre tale effetto. Ma anche per questo capo di nullità il giudizio tenderà a partire dalla vita coniugale, dalla reale compromissione che essa ha subito, per poi risalire alla natura della qualitas ed alla sua idoneità ad incidere in modo negativo su di essa.

Accanto a questa chiara tendenza legislativa che porta ad accentuare l’importanza della vita coniugale, occorre prendere in considerazione anche altri dati di carattere generale che inducono a procedere nella stessa direzione.

Va così considerata la stessa dignità sacramentale che Cristo ha conferito al matrimonio dei battezzati. Anche il sacramento è strettamente ricollegato alla prestazione del consenso matrimoniale, essendo gli stessi sposi che, esprimendo tale consenso, si amministrano vicendevolmente il sacramento. Ma è anche vero che il sacramento del matrimonio non si esaurisce in questo momento, ma si prolunga per tutto il corso della vita matrimoniale. Gli sposi – scriveva Pio XI nell’Enciclica Casti connubii - “sono stati santificati e fortificati, nei doveri e nella dignità del loro stato, per mezzo di uno speciale sacramento, la cui efficace virtù, sebbene non imprima un carattere è tuttavia permanente”. E citando Roberto Bellarmino aggiungeva: “Il sacramento del matrimonio si può riguardare in due modi: il primo mentre si celebra; il secondo mentre perdura dopo che è stato celebrato. Giacché è un sacramento simile all’eucaristia, la quale è sacramento non solo mentre si fa, ma anche mentre perdura: perché, fin quando vivono i coniugi, la loro unione è sempre il sacramento di Cristo e della Chiesa”[2]. In proposito è interessante osservare che talora è la stessa vita coniugale che può assurgere alla dignità di sacramento, come avviene nel caso di coniugi che ricevono il battesimo successivamente alla celebrazione del loro matrimonio[3].

Significativo è anche il valore attribuito dal diritto canonico alla consumazione del matrimonio. Essa costituisce un importante momento della vita coniugale, essendo successiva al momento costitutivo del matrimonio, ma arriva a condizionare la stessa permanenza del vincolo che unisce i due coniugi: incide infatti su una delle proprietà essenziali del matrimonio, l’indissolubilità, rendendola definitiva ed inderogabile. Se la consumazione non avviene, il vincolo, pur essendo sorto con piena validità, può essere sciolto, con effetti sullo stato delle persone sostanzialmente uguali a quelli prodotti da una dichiarazione di nullità.

Su un piano diverso occorre considerare anche l’aspetto morale e psicologico dell’agire umano. Vi è indubbiamente una unitarietà o, per lo meno, una stretta connessione tra pensiero e azione, tra intenzione ed attuazione di essa. Non è quindi possibile separare con assoluta nettezza il momento costitutivo del matrimonio dalla vicenda umana a cui esso ha dato luogo, di isolare, come realtà autonoma e a sé stante, l’atto della prestazione del consenso dal rapporto tra i coniugi che ne consegue.

L’effettiva natura e consistenza della volontà con cui si dà vita al matrimonio può essere integralmente percepita – anche soggettivamente, dal suo stesso autore – soltanto tenendo conto della sua concreta attuazione, delle modalità e della misura con cui tale volontà trova svolgimento nella realtà della vita coniugale. Fermarsi a considerarla soltanto nel suo momento iniziale, nella sua espressione programmatica di impegno per il futuro, è riduttivo e può rivelarsi talora persino fuorviante rispetto alla sua vera natura. Le concrete vicende della vita coniugale non costituiscono pertanto un elemento solo indiretto, accessorio, secondario per ricostruire la volontà matrimoniale nella sua connotazione originaria che ha dato vita al matrimonio. Sono un elemento essenziale ed insostituibile per fare piena luce su questa volontà, per rivelarne la sua vera consistenza e la sua effettiva idoneità a porsi come elemento costitutivo dello stato coniugale.

Volendo chiarire con un esempio questi concetti, si può pensare ad un caso di asserita simulazione per esclusione del bonum fidei. Le prove raccolte nel corso del giudizio (dichiarazioni delle parti, testimonianze, documentazione scritta) mettono chiaramente in luce che lo sposo si è accostato alle nozze con l’intenzione di non impegnarsi alla fedeltà coniugale. Ma il comportamento da questi tenuto, per diversi anni, nel corso della vita coniugale è sempre stato rigorosamente osservante di tale impegno, nonostante si fossero presentate numerose occasioni per una sua violazione. Certamente l’uomo può cambiare idea, modificare le sue originarie intenzioni, ma non è forse più conforme alla vera sostanza della realtà psicologica ritenere che, al di sotto delle pur reiterate dichiarazioni ed esternazioni contrarie al bonum fidei, vi fosse nell’animo di questa persona una volontà diversa, un’intima e magari inconfessata propensione ad accettare questa essenziale componente della vita coniugale ? Sono quindi le vicende della vita coniugale che fanno emergere la vera sostanza della volontà matrimoniale, quella su cui deve essenzialmente basarsi il giudizio di nullità del matrimonio.

Lo stesso esempio può valere anche in senso inverso, nel caso in cui non vi siano dichiarazioni, testimonianze od altre prove dirette sull’esclusione del bonum fidei al momento della prestazione del consenso matrimoniale. Vi è però una vita coniugale costantemente improntata, sin dai primi tempi, alla violazione della fedeltà. Non è forse questa, quale emerge dal modo concreto di vivere il matrimonio, la vera volontà – sia pure in origine risposta e celata nel proprio intimo, ma pur sempre volontà – a cui occorre fare riferimento per decidere una causa di nullità ?

2) Le considerazioni ora esposte portano dunque a riservare una particolare attenzione alle vicende della vita coniugale, ad accentuare il rilievo che esse assumono ai fini del giudizio sulla nullità del matrimonio. Esse devono quindi essere tenute presenti, in misura superiore a quanto abitualmente si è soliti fare, nella valutazione che il giudice deve condurre sul materiale probatorio: sia con riferimento ai singoli mezzi di prova, che alla luce di queste vicende potranno essere compresi ed interpretati in modo più conforme alla realtà; sia perché le vicende della vita coniugale potranno offrire esse stesse elementi di prova di determinante importanza. Il riferimento ad esse risulta quindi imprescindibile, soprattutto se si tiene presente la fondamentale indicazione di Pio XII sull’esigenza di una valutazione che non si frazioni e parcellizzi sui singoli elementi probatori, ma cerchi di cogliere la realtà nella sua, pur complessa, unitarietà: “talvolta la certezza morale non risulta se non da una quantità di indizi e di prove, che, presi singolarmente, non valgono a fondare una vera certezza, e soltanto nel loro insieme non lasciano più sorgere per un uomo di sano giudizio alcun ragionevole dubbio. Per tal modo non si compie in nessuna guisa un passaggio dalla probabilità alla certezza con una semplice somma di probabilità…ma si tratta del riconoscimento che la simultanea presenza di tutti questi singoli indizi e prove può avere un sufficiente fondamento soltanto nell’esistenza di una comune sorgente o base, dalla quale derivano: cioè nell’obiettiva verità e realtà”[4]

Ma vediamo alcuni punti specifici sui quali si possono più chiaramente applicare i concetti che abbiamo ora illustrato.

Cominciamo dalle dichiarazioni delle stesse parti in causa.

Il modo di valutare le dichiarazioni delle parti, il valore probatorio che esse possono assumere hanno subito una notevole evoluzione nel processo matrimoniale canonico. La nuova legislazione, in particolare, seguendo una linea di valorizzazione della posizione delle parti, risulta improntata ad un atteggiamento di maggiore fiducia e disponibilità verso di esse. Viene così espressamente riaffermato che la confessione giudiziale e le altre dichiarazioni delle parti hanno una loro forza probatoria, la cui effettiva consistenza deve essere valutata dal giudice insieme ad ogni altra circostanza della causa. Questa valutazione continua ad incontrare il limite legale della non idoneità delle sole dichiarazioni di parte a costituire una prova piena (“at vis plenae probationis ipsis tribui nequit”): ma questo limite può essere superato quando ad esse si aggiungano altri elementi in grado di “avvalorarle in modo definitivo” (“quae eas omnino corroborent” - can. 1536 § 2). Il legislatore non precisa quale natura o caratteristiche debbano presentare questi ulteriori elementi, ma, con specifico riferimento alle cause matrimoniali, prescrive di utilizzare, per quanto possibile, testimoni sulla credibilità delle parti stesse ed ogni altro indizio o circostanza accessoria (“alia indicia et adminicula” - can. 1679). Rimane, pertanto, al giudice un ampio margine di valutazione che gli consente di conferire alle dichiarazioni delle parti (sia pure valutate nel contesto degli atti processuali) una rilevanza che può risultare in molti casi decisiva ai fini del giudizio.

Non è facile precisare in cosa consistano questi indicia et adminicula. Un primo punto sicuro è che non si tratta di elementi che, in se stessi, possono costituire delle prove, perché in tal caso la disposizione legislativa risulterebbe inutile: è, infatti, evidente che le dichiarazioni delle parti, corroborate da altre prove, sono normalmente alla base della certezza morale necessaria per definire la controversia[5]. Si deve quindi trattare di circostanze che non possono essere ritenute delle prove in senso proprio, ma che, per la loro natura, sono tali da rendere pienamente credibile (e quindi tali da costituire una prova piena) quanto affermato dalle parti. Facendo riferimento al merito della causa, ossia al fatto specifico che deve essere provato per decidere su di essa (nelle cause matrimoniali il motivo di nullità addotto) è stato proposto di considerare come indicia quelle circostanze che più direttamente si riconnettono ad esso; come adminicula quelle circostanze che si ricollegano in modo indiretto e più esterno al factum probandum [6]. Secondo una prospettiva in parte diversa si è ritenuto di qualificare come indizi quei “fatti certi che consentono l’induzione di altri fatti peraltro non altrimenti provati”, come amminicoli “quelle circostanze, soprattutto personali (quali la religiosità, la cultura, il modus vivendi di un soggetto) che servono a corroborare in via logica la solidità di una prova, senza essere prova in se stesse del fatto che concorrono a dimostrare”[7].

Pur apprezzando questi sforzi di definire il contenuto di queste espressioni legislative, mi pare che rimanga pur sempre un largo margine di indeterminatezza che viene rimesso al prudente apprezzamento del giudice. Sarà questo, in sostanza, ad attribuire a determinate circostanze (non idonee di per se stesse a costituire una prova) un valore accessorio e complementare rispetto alla prova costituita dalle dichiarazioni delle parti e a stabilire se tale valore accessorio sia di tale significato da rendere questa prova sufficiente a fondare quella certezza morale richiesta per la decisione della causa.

Molti e di diversa natura possono quindi essere gli indicia et adminicula idonei a rafforzare, talora in modo decisivo, le dichiarazioni delle parti. Tra di essi si è, ad esempio, ritenuto di poter ricomprendere “gli antecedenti familiari di ognuna delle parti”, i “riscontri circa la loro moralità e religiosità”, “la considerazione degli effetti da raggiungere con la sentenza, sottolineando la maggiore credibilità quando tali effetti sono esclusivamente canonici e motivati in coscienza”, “l’atteggiamento avuto dalla parte durante il processo”, “l’esame della personalità alla cui indagine seria non si deve mai rinunciare”[8]. Ma tra questi elementi rafforzativi vanno senz’altro annoverati – ed anzi meritano di acquistare importanza preponderante – i fatti e le vicende tratte dalla vita coniugale. Queste infatti, più di ogni altra circostanza, potranno conferire credibilità a tali dichiarazioni, consentire di coglierne i contenuti sostanziali al di là delle parole usate, di inquadrarle nel più generale contesto del caso umano sul quale si è chiamati a giudicare.

L’attenzione alla vita coniugale consente, insomma, di conferire maggior forza probatoria alla dichiarazione delle parti e, di conseguenza, maggiore considerazione alla persona dei due diretti protagonisti. Ciò faciliterà l’acquisizione della certezza morale anche in quei casi – che sono spesso i più delicati e i più meritevoli di aiuto – in cui non è possibile reperire altre prove sulla nullità del matrimonio. Lo stesso giudizio assumerà un più intenso respiro pastorale, perché i due coniugi si sentiranno più valorizzati nella loro dignità personale e vedranno nel giudice una persona che, a nome della Chiesa, è capace di comprensione, fiducia e condivisione della loro infelice esperienza[9].

Le vicende della vita coniugale possono dare un valido aiuto anche nel caso in cui le parti (spesso seguite dai testi vicini a ciascuna di esse) diano versioni contrastanti su aspetti di fondamentale importanza per la decisione della causa. La giurisprudenza della Rota Romana invita, per prima cosa, a considerare la coerenza “inter dicta et facta”. Infatti bisogna tener presente che “verba seu asseverationes ab adiunctis seiuncta nihil valere. Circumstantiae etenim verba ipsa exlicant atque univoca reddunt, sed insimul motivum assertorum praebent iisdemque verisimilitudinem addunt”[10]. Nell’ambito di questi facta e circumstantiae speciale considerazione deve essere indubbiamente riservata alle vicende della vita coniugale. Nonostante le divergenze tra le parti, spesso alcuni aspetti di queste vicende risultano incontestabili e potranno quindi gettare luce sulla effettiva realtà del caso umano sottoposto a giudizio.

Anche la valutazione degli altri mezzi di prova - testimonianze, prove documentali, le stesse perizie - trarrà indubbiamente giovamento se essi verranno esaminati dal giudice alla luce del concreto svolgersi dalla vita coniugale.

Per quanto riguarda le prove testimoniali si possono riproporre le considerazioni ora fatte in ordine all’interpretazione di quanto viene affermato nelle loro deposizioni, alla verifica della loro attendibilità, specialmente quando vi siano - come spesso avviene quando i due coniugi assumono posizioni contrastanti – divergenze nelle circostanze da essi riferite. Un caso particolare è quello della deposizione di un solo teste, per la quale il legislatore ha stabilito un criterio di prova legale negativo, disponendo che “plenam fidem facere non potest”( can. 1573). Ma anche qui, come per la dichiarazione delle parti, viene prevista una deroga (oltre che per il caso del teste qualificatus) allorché “rerum et personarum adiuncta aliud suadeant”. Ed ancora una volta, tra questi elementi o circostanze (adiuncta) meritano di ricevere particolare considerazione quelli ricavabili dal concreto svolgersi della vita coniugale.

Le vicende del rapporto matrimoniale consentono di mettere in più chiara luce anche documenti quali dichiarazioni scritte, lettere, pagine di diario acquisite agli atti processuali. Si pensi alle dichiarazioni che talora le parti predispongono prima delle nozze al fine di precostituirsi una prova per una futura eventuale causa di nullità. Spesso in questi scritti si manifesta decisamente la volontà di non avere figli. Ma l’effettiva consistenza di tale volontà, al di là delle espressioni usate nella dichiarazione, può emergere soltanto se messa a confronto con l’effettivo comportamento tenuto nel corso della vita coniugale. Così, il concepimento di un figlio, per di più a breve distanza dalle nozze, induce a fortemente dubitare che l’intenzione dichiarata nello scritto corrispondesse alla effettiva volontà della persona. Si potrebbe, per altro, obiettare che tale dichiarazione esprime pur sempre la sussistenza di una riserva mentale contraria all’indissolubilità del vincolo, perché il soggetto si è già voluto predisporre un mezzo per riacquistare la propria libertà in caso di infelice esito del matrimonio. Ma anche sotto questo aspetto, sarà soprattutto la vita coniugale a dimostrare il valore probatorio insito nella preventiva dichiarazione.

Evidente è poi l’importanza dell’effettivo svolgersi della vita coniugale per l’indagine affidata al perito, specialmente in materia psichiatrica. Certamente la perizia deve accertare le condizioni del soggetto all’epoca della prestazione del consenso matrimoniale: ma per far questo non si potrà in alcun modo prescindere dal comportamento tenuto nel corso della vita coniugale, dal modo con cui la persona si è confrontata con tutto ciò che si richiede per costituire una communitas vitae coniugalis.

3) Oltre a contribuire ad una più soddisfacente valutazione del materiale probatorio, le vicende della vita coniugale, come prima si accennava, possono presentare alcuni aspetti che, in se stessi, assumono una rilevanza probatoria autonoma, specialmente se messi in relazione a determinati capi di nullità.

Viene, per prima, in considerazione la durata nel tempo della vita coniugale, specialmente se accompagnata, almeno per un certo periodo, da una buona armonia tra i coniugi, dalla realizzazione di un certo grado di comunione interpersonale. Già il Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, in una sua ampia sentenza, aveva affermato: “Brevitas durationis vitae coniugalis semper habita est uti indicium nullitatis vinculi, sive ob vim et metum, sive ob positivum actum voluntatis excludentis aliquod elementum essentiale matrimonii, sive ob incapacitatem subiectivam alterutrius coniugum ad verum consensum matrimonialem praestandum, dummodo brevitas vitae coniugalis et defectus integrationis vitae coniugalis non sint tribuendis causis extrinsecis, v. gr. eventui impreviso qui coniuges dividit”[11].

In effetti, specialmente con riferimento all’esclusione dell’indissolubilità, la rottura del matrimonio dopo un breve periodo di tempo (poche mesi, o addirittura pochi giorni) dalla celebrazione nuziale, se non risulta provocata da eventi eccezionali ed imprevedibili, non è, di per se stessa, una prova quanto mai significativa della mancanza di un impegno iniziale destinato a protrarsi per tutta la vita ? Viceversa, la lunga durata della vita coniugale costituisce un elemento fortemente contrario ad una dichiarazione di nullità per esclusione dell’indissolubilità, anche in presenza di testimonianze od altre prove che attestino con chiarezza che uno od ambedue gli sposi, nell’accostarsi alle nozze, avevano espresso tale intenzione.

Altra circostanza da cui possono trarsi utilissimi elementi probatori è l’atteggiamento tenuto dai coniugi verso la procreazione ed il fatto che essa si sia effettivamente verificata. Secondo un comune modo di sentire, la presenza di un figlio rende difficilmente accettabile una dichiarazione di nullità, al punto da far sorgere su di essa sospetti o malevole insinuazioni. Effettivamente, dal punto di vista umano, non si può del tutto trascurare l’impatto psicologico negativo che una sentenza di nullità può avere sui figli, che sentono venir meno anche l’ultimo riferimento ideale costituito al matrimonio dei genitori. E’ chiaro però che queste, pur doverose, considerazioni non possono alterare il giudizio che deve essere dato sulla nullità giuridica del matrimonio. Ma è indubbio che le vicende coniugali attinenti alla procreazione possono costituire un elemento di estrema importanza per valutare quale fosse le reale intenzione dei due sposi al momento delle nozze, il loro stato d’animo, le condizioni psicologiche in cui si sono accostati al matrimonio. E ciò non solo, com’è ovvio, nel caso di asserita nullità per esclusione del bonum prolis, ma anche per le altre ipotesi di simulazione e altri capi di nullità di diversa natura, quali la vis vel metus, l’errore, il dolo, l’incapacità consensuale.

Certamente, ogni vicenda va esaminata nella sua particolarità, nelle specifiche componenti che la caratterizzano, senza facili generalizzazioni. Ma è proprio un esame attento ed approfondito di essa che può dare elementi di decisiva importanza per decidere una causa di nullità di matrimonio.

4) La stretta connessione tra convivenza coniugale ed originaria intenzione dei nubenti ci porta a prendere in considerazione un problema che si è posto negli ordinamenti giuridici secolari e che si è periodicamente affacciato anche nel diritto della Chiesa: se cioè la convivenza possa produrre l’effetto di sanare eventuali vizi originari di nullità o, per lo meno (ma il risultato finale non cambia) possa precludere, sul piano processuale, l’azione diretta ad ottenere la nullità del proprio matrimonio. Una soluzione in senso positivo di questo problema è stata adottata dal legislatore italiano, che ha stabilito la decadenza dall’azione di annullamento del matrimonio per simulazione del consenso matrimoniale “decorso un anno alla celebrazione del matrimonio ovvero nel caso in cui i contraenti abbiano convissuto come coniugi successivamente alla celebrazione medesima” (art. 123 del Codice civile italiano). Disposizioni analoghe sono previste per gli altri vizi del consenso: violenza morale ed errore, per i quali l’azione di annullamento non può essere proposta “se vi è stata coabitazione per un anno dopo che siano cessate la violenza o le cause che hanno determinato il timore ovvero sia stato scoperto l’errore” (art. 122). Anche l’incapacità psichica non può essere fatta valere se vi è stata coabitazione per un anno dopo la revoca dell’interdizione od il recupero della pienezza delle facoltà mentali (art. 119, 120).

In tutti questi casi il legislatore italiano dà per presupposto (senza possibilità di prova contraria) che la convivenza come coniugi, od anche la mera accettazione dello stato coniugale, quale può desumersi dalla mancata contestazione di esso entro un certo periodo di tempo, abbia l’effetto di sanare l’originario vizio di nullità o, per lo meno, di rendere inattaccabile la validità del matrimonio.

L’ordinamento canonico ha conferito in passato una rilevanza ancora maggiore di quella ora vista alla convivenza, riconducendo ad essa la stessa costituzione di un valido matrimonio, ove fosse intervenuta successivamente ad una promessa di matrimonio (sponsalia) tra le stesse parti. Si tratta del cosiddetto matrimonio presunto, che poteva però essere operante soltanto in un sistema – come è stato per lungo tempo quello canonico – che non richiedesse alcuno specifico adempimento formale per la valida costituzione del matrimonio. Esso non poté quindi sopravvivere all’imposizione della forma canonica ad validitatem disposta dal decreto Tametsi del Concilio di Trento.

Nel frattempo il diritto canonico si è orientato verso una sempre più decisa valorizzazione del consenso matrimoniale, accogliendo rigorosamente il principio della sua assoluta necessità ed insostituibilità per la costituzione del matrimonio: “matrimonium facit partium consensus…qui nulla humana protestate suppleri valet”, come ribadisce il codice vigente (can. 1057). Viene così preclusa ogni possibilità di stabilire delle presunzioni assolute di esistenza, di validità o di convalidazione del consenso matrimoniale in dipendenza di meri comportamenti dei due coniugi, per quanto essi possano essere espressivi di una affectio coniugalis, di una volontà di considerarsi e trattarsi come marito e moglie.

Nonostante ciò, non sono mancate in ambito canonistico proposte dirette ad attribuire alla convivenza coniugale l’effetto di sanare eventuali originari vizi di nullità o per lo meno di renderli non più impugnabili in sede processuale. Ancora sotto la vigenza del Codex iuris canonici del 1917 si ricordano le proposte avanzate da due autorevoli canonisti di ambiente ecclesiastico, Vittorio Bartoccetti ed il gesuita padre Felice Cappello: preoccupati dello scandalo suscitato tra i comuni fedeli da dichiarazioni di nullità intervenute dopo un lungo periodo di convivenza, essi sostenevano che in tali casi dovesse essere negato ai coniugi il diritto di accusare il loro matrimonio. Ma un canonista di scuola laica, profondo studioso del diritto canonico classico, Pio Fedele, non ebbe difficoltà a contrapporre a tale proposta la riaffermazione del principio della assoluta insostituibilità del consenso, che impedisce di tenere in vita (sia pure attraverso uno strumento processuale) un matrimonio che non abbia alla sua base un valido consenso matrimoniale. Se questo manca, come può molte volte verificarsi anche se vi sia stata una lunga convivenza matrimoniale, si deve dare la possibilità di prenderne atto e di dichiarare conseguentemente la nullità del matrimonio[12].

Proposte dello stesso tenore si sono, più recentemente, riaffacciate anche nel corso dei lavori preparatori del Codex iuris canonici del 1983. Anzi, esse miravano ad incidere, più sostanzialmente, sulla stessa validità del matrimonio, prevedendo una convalidazione ipso iure in seguito ad una convivenza protratta per un certo periodo di tempo. Ma, ancora una volta, era difficile superare l’obiezione che la convivenza non costituisce un indicatore sicuro del rinnovamento del consenso e che si sarebbe quindi corso il rischio di conferire validità a matrimoni in violazione del fondamentale principio della necessaria presenza ed insostituibilità del consenso matrimoniale. Tali proposte sono state pertanto respinte e la legislazione, sulla scia di quella del precedente codice del 1917, ha continuato a richiedere una renovatio consensus per convalidare un matrimonio originariamente nullo[13].

In verità, a voler essere più precisi riguardo al regime giuridico previsto dal vigente codice, la convivenza può, in taluni casi, avere un qualche rilievo ai fini della convalidazione del matrimonio. Essa può infatti costituire un modo di manifestazione tacita, per fatti concludenti, del rinnovamento del consenso. Ma questo tipo di manifestazione è ammesso soltanto quando la nullità deriva da un impedimento o da un vizio di consenso che “non può essere provato” (can. 1158 § 2, 1159 § 2). In questi casi la renovatio consensus può avvenire“privatim et secreto” e pertanto (come almeno ritiene la più comune dottrina) anche tacitamente, attraverso una chiara manifestazione diaffectio coniugalis. Quando invece l’impedimento è pubblico (ossia, in base al disposto del can. 1074, quando “può essere provato in foro esterno”) o il difetto di consenso può essere provato, la nuova prestazione del consenso deve essere fatta secondo la “forma canonica”: “Si impedimentum sit publicum, consensus ab utraque parte renovandus est in forma canonica…”, “ Si defectus consesus probari potest, necesse est ut consensus forma canonica praestetur” (can. 1158 § 1, 1159 § 3) [14].

E’ così preclusa la possibilità che il giudice ecclesiastico, investito di una causa di nullità di matrimonio, possa ritenere che il vizio addotto sia stato sanato da una rinnovazione tacita del consenso matrimoniale, derivante dal fatto che i coniugi abbiano convissuto pacificamente per un lungo periodo di tempo. E ciò anche se i coniugi abbiano acquisito la piena consapevolezza della nullità del proprio matrimonio (presupposto questo ritenuto in ogni caso necessario per aversi una renovatio consensus) ed anche in presenza di ulteriori circostanze che rendano la convivenza particolarmente espressiva di tale rinnovazione, come una riconciliazione avvenuta dopo un periodo di separazione, il concepimento di un figlio ricercato proprio al fine di rinsaldare l’unione coniugale. Il fatto stesso che venga addotto in giudizio rende, infatti, il capo di nullità di natura pubblica, ossia, almeno teoricamente, dimostrabile in foro esterno: esso può quindi essere sanato, secondo il regime che abbiamo ora richiamato, soltanto con una renovatio consensus in forma canonica.

Questa preclusione legislativa verso una convalidazione derivante dai concreti comportamenti tenuti nel corso della vita coniugale induce ancor più a valorizzare la forza probatoria di tali comportamenti e a vedere in essi, come abbiamo già sottolineato, elementi particolarmente rilevatori ed espressivi dell’effettiva volontà con cui le parti si sono accostate al matrimonio.

5) Un altro aspetto della vita coniugale che merita di essere preso in considerazione quale autonomo elemento di valutazione ai fini del giudizio sulla nullità del matrimonio è quello della connessione tra nullità e fallimento del matrimonio, dell’incidenza che il motivo di nullità addotto nella causa ha concretamente avuto sull’infelice esito della vita matrimoniale.

A questo proposito va subito precisato che non si può confondere matrimonio nullo e matrimonio fallito, né equiparare la nullità giuridica del vincolo matrimoniale alla inconsistenza umana di un’esperienza di vita coniugale. Si tratta, infatti, di fenomeni che operano su piani diversi e con diversa collocazione temporale. L’uno, quello della nullità, va riportato alla disciplina giuridica del matrimonio, deve essere valutato alla luce delle prescrizioni legislative che ne regolano la costituzione e deve, di conseguenza, far sempre riferimento al momento in cui il patto matrimoniale si perfeziona. L’altro, quello del matrimonio fallito, è una realtà umana che sfugge ad ogni precisa regolamentazione, che ha cause e dinamiche di difficile, quando non impossibile, individuazione, che si realizza ed assume concreta evidenza nel corso della vita coniugale. Un’assimilazione dei due eventi porterebbe a far scivolare la dichiarazione di nullità verso una sostanziale pronuncia di divorzio, alterando così l’assetto fondamentale del diritto matrimoniale canonico, basato sull’esigenza di una piena validità del patto matrimoniale e sul principio dell’indissolubilità del vincolo che da quel patto trae origine. Gli stessi pontefici hanno quindi ammonito a non lasciarsi condizionare dalla tendenza a ricavare la nullità del matrimonio dal semplice fatto del suo esito negativo, a considerare il solo fallimento del matrimonio come prova della sua originaria nullità. Si può, a questo proposito, ricordare il discorso di Giovanni Paolo II alla Rota Romana del 5 febbraio 1987 nel quale il compianto papa, con riferimento alla nullità per incapacità psichica, ha riprovato la tendenza dei periti a considerare “ogni fallimento di fatto dell’unione coniugale” come conferma dell’incapacità dei coniugi “ad intendere rettamente e a realizzare il loro matrimonio”, affermando che il fallimento dell’unione coniugale “non è mai una prova per dimostrare tale incapacità dei contraenti”.

Pur essendo fenomeni sostanzialmente diversi, non si può però negare che tra nullità e fallimento del matrimonio vi sia una stretta relazione. La disciplina giuridica che regola la validità e la correlativa nullità del matrimonio non può essere fine a se stessa, senza alcun riferimento alla realtà umana. Le prescrizioni in essa contenute non possono non aver di mira la costituzione di un matrimonio che abbia tutti i requisiti per poter essere pienamente realizzato sul piano umano, sia pure tenendo conto di interessi più generali a cui il matrimonio deve pur sempre rispondere, in considerazione della rilevanza non soltanto individuale, limitata alle sole persone dei coniugi, ma pubblica e comunitaria che esso presenta. La complessità ed imprevedibilità delle vicende umane, la durezza (per usare un’espressione biblica) del cuore dell’uomo, l’evoluzione ed i cambiamenti a cui la sua stessa personalità è soggetta, possono indubbiamente portare ad un esito rovinoso anche un matrimonio costituitosi nel pieno rispetto della regolamentazione giuridica. Ma occorre riconoscere che questa regolamentazione tende, almeno in linea di principio, ad evitare che già nel momento costitutivo del rapporto coniugale venga ad insinuarsi un elemento di debolezza, un fattore di rischio, un potenziale negativo capace di pregiudicare un armonico sviluppo della realtà matrimoniale e di produrre su di essa effetti dirompenti.

Questo collegamento tra nullità giuridica e fallimento del matrimonio si è indubbiamente accentuato con l’evoluzione in senso personalistico del regime matrimoniale canonico avutasi a partire dal Concilio Vaticano II e confluita nel vigente codice canonico. Valorizzando, come già abbiamo rilevato, la sostanza di totius vitae consortium propria dell’unione matrimoniale, la nuova legislazione tende ad attribuire rilevanza invalidante soprattutto a quelle circostanze che più direttamente possono incidere in modo negativo sulla realizzazione di tale consortium. Sono state così attenuate quelle prescrizioni che rispondevano ad interessi di natura prevalentemente pubblica e comunitaria e, al contrario, sono state potenziate quelle più direttamente connesse con l’aspetto personalistico dei due coniugi. E’ stato, ad esempio, ridotto il settore degli impedimenti matrimoniali, di impronta più marcatamente pubblicistica, e, per contro ampliato l’ambito dei difetti e vizi del consenso, che più direttamente coinvolge l’attitudine e le intenzioni delle stesse persone dei due sposi, il modo e l’intensità con cui esse si accostano al patto coniugale[15].

Questa evoluzione legislativa conduce indubbiamente ad una disciplina della costituzione del matrimonio che accresca le garanzie di una migliore e più sicura realizzazione sul piano umano. Quello che infatti questa disciplina mira ad assicurare è, in sostanza, un’adeguata consapevolezza dell’importanza degli obblighi propri dello stato matrimoniale, una sufficiente libertà di autodeterminazione nella loro scelta ed una corrispondente capacità di realizzarli nella vita coniugale, una volontà di impegnarsi in modo pieno ed incondizionato ai contenuti fondamentali del matrimonio, nei confronti di una persona conosciuta almeno nei suoi attributi personali di più rilevante importanza. La presenza di tutti questi requisiti pone indubbiamente le basi per l’instaurazione di una solida e profonda unione matrimoniale. La mancanza, per contro, anche di uno solo di essi è tale da inserire un elemento di fragilità ed un potenziale di disgregazione in questa stessa unione. Oltre a porsi come causa di nullità sul piano giuridico, tale mancanza tenderà quindi ad operare come causa di fallimento del matrimonio sul piano umano della vita coniugale.

Va aggiunto che anche nel più comune modo di sentire nell’ambito della comunità dei fedeli, la nullità viene più facilmente compresa e percepita come vero atto di giustizia quando la causa che l’ha prodotta ha avuto un’incidenza negativa sul concreto svolgersi della vita coniugale, contribuendo in modo determinante alla sua disgregazione. Quando ciò non si verifica, la sentenza di nullità non viene capita, è spesso percepita con sospetto, se non con malevolenza verso l’operato dei tribunali ecclesiastici.

Le considerazioni ora esposte esprimono un’esigenza che merita di essere tenuta presente a livello legislativo, de iure condendo, nel senso di spingere verso un ulteriore sviluppo di quelle cause di nullità che possono costituire un fattore di grave disturbo della vita coniugale. Si potrebbe così pensare ad un ad un allargamento della figura del dolo anche ad ipotesi in cui l’inganno non cada su di una qualità dell’altra parte (come esige attualmente il can. 1098), ma su circostanze pur sempre tali da turbare gravemente il consortium vitae coniugalis (come ad esempio il fatto di stabilire la residenza familiare in un determinato luogo o con una determinata persona); od anche ad un ampliamento della figura dell’error qualitatis al di fuori dei ristretti limiti della qualitas directe et principaliter intenta richiesta dal can. 1097 § 2.

L’attenzione alla realtà umana del matrimonio ed alla sua mancata realizzazione come communio vitae merita di essere tenuta presente anche in via interpretativa, quando si tratta di applicare la legislazione vigente. In relazione a singole ipotesi di nullità, essa può portare a preferire alcuni orientamenti interpretativi che comportano una più diretta attinenza alla vita coniugale. Un esempio in tale senso può essere visto nella particolare figura di simulazione derivante dall’esclusione della dignità sacramentale del matrimonio: si tratta di una figura controversa che, secondo un certo orientamento, non costituirebbe un capo di nullità autonomo, perché avrebbe efficacia invalidante soltanto quando si traduce in una qualche esclusione della realtà sostanziale del matrimonio. Questo indirizzo interpretativo risulterebbe, a maggior ragione, preferibile perché l’orientamento contrario, facendo riferimento soltanto alla connotazione religiosa e sacramentale del matrimonio, non avrebbe alcun diretto collegamento con la realtà umana di esso[16].

Un altro esempio di incidenza in via interpretativa del criterio che stiamo considerando può essere fatto con riferimento al dolo, in particolare al modo con cui intendere la prescrizione legislativa del can 1098, secondo la quale l’inganno deve riguardare una qualitas, quae suapte natura consortium vitae coniugalis graviter perturbare potest” (can. 1098). Secondo l’interpretazione più seguita di questo inciso, la valutazione dell’attitudine corrosiva propria della qualità deve essere condotta in modo oggettivo, con riferimento alla natura del matrimonio ed alla comune esperienza delle vicende coniugali[17]. La nullità del matrimonio può quindi, secondo questo orientamento, essere dichiarata anche se la qualità non abbia in concreto avuto alcun effetto dirompente sull’unione coniugale.

Se però teniamo presente l’esigenza di una più diretta connessione tra nullità e fallimento del matrimonio, appare senz’altro preferibile un altro orientamento interpretativo: quello che lascia spazio ad una valutazione di carattere soggettivo, ritenendo che l’attitudine disgregatrice della qualità debba essere determinata anche con riferimento alla mentalità, al carattere, alla propensione dei due stessi coniugi, in particolare di quello tratto dolosamente in errore[18]. Questo non significa che la nullità venga ad essere subordinata all’effettivo perturbamento dell’unione coniugale: essa continua a restare agganciata all’attitudine originaria della qualitas. Ma è chiaro che tale attitudine, valutata alla luce della singola vicenda matrimoniale e delle peculiari caratteristiche umane da essa presentate, verrà a porsi in più diretta connessione con l’effettivo fallimento del consortium vitae coniugalis.

Oltre che nell’interpretazione delle disposizioni legislative, la connessione tra nullità e fallimento del matrimonio merita di essere tenuta ben presente anche nel giudicare il merito della causa, la concreta vicenda umana sottoposta all’attenzione del giudice. Questo aspetto, infatti, può far più chiaramente emergere l’effettiva consistenza del capo di nullità addotto, rivelarne la vera efficacia invalidante, dare all’insieme delle prove quel contributo determinante che consente al giudice di pervenire alla certezza morale.

L’esigenza che stiamo prospettando è, invero, ben conosciuta e abitualmente applicata dalla giurisprudenza, specialmente con riferimento ad alcune specifiche ipotesi di nullità. In tema di error qualitatis, di dolo, di condizione apposta al consenso matrimoniale, viene infatti comunemente utilizzato a fini probatori il criterium reactionis, ossia il modo con cui il soggetto reagisce quando scopre di essere caduto in errore, di essere stato ingannato o che la circostanza dedotta in condizione non si è verificata. Questa reazione sarà tanto più forte – ed assumerà quindi maggior valore probatorio – quanto più il motivo di nullità sia tale da incidere concretamente sulla vita coniugale, rendendone intollerabile la prosecuzione.

Ma l’efficacia probatoria derivante dalla connessione tra nullità e fallimento del matrimonio merita d essere considerata e valorizzata in molti altri casi. Si pensi all’esclusione del bonum prolis. La volontà contraria alla prole può essere condivisa dai due coniugi e non comportare alcun pregiudizio all’armonia della vita coniugale; può invece essere da parte di un solo coniuge, risultare in contrasto con i desideri e le aspirazioni dell’altro ed essere quindi la causa principale del fallimento dell’unione coniugale. E’ indubbio che nei due casi la volontà si presenta con una diversa intensità, anche se sul piano giuridico il matrimonio è ugualmente nullo, non essendo previste gradazioni o diversi livelli di invalidità. Ma sul piano probatorio, questa diversa intensità assume un suo preciso rilievo e potrà costituire un elemento di grande importanza per formare nell’animo del giudice la necessaria certezza morale.

Discorso analogo può essere fatto per le altre ipotesi di simulazione: con maggiore evidenza a proposito dell’esclusione del bonum fidei, dove le infedeltà perpetrate nel corso della vita coniugale costituiranno normalmente la causa principale del dissenso coniugale; ma anche l’esclusione dell’indissolubilità potrà meglio risaltare nella sua effettiva consistenza se la rottura della convivenza coniugale sia da ascriversi al fatto che il coniuge simulante abbia dimostrato disinteresse verso la continuazione della convivenza, scarso impegno a superare le difficoltà, forte propensione verso soluzione di rottura e di separazione.

Particolare importanza probatoria il criterio di cui ci stiamo occupando può avere anche in tema di incapacità psichica a prestare il consenso matrimoniale, specialmente con riferimento alla incapacitas onera coniugalia assumendi di cui al n. 3 del can. 1095. In questo tipo di cause occorre innanzi tutto individuare e valutare il tipo di anomalia psichica che rende il soggetto incapace di far fronte alle obbligazione essenziali dal matrimonio: a tal fine è essenziale l’indagine affidata al perito psichiatra e la diagnosi che viene da questi compiuta sulla natura, la gravità, gli effetti dell’anomalia da cui risulta affetta la persona. Ma nel campo delle affezioni psichiche ogni disturo presenta specifiche particolarità, incidenze molto diversificate sulle singole personalità, effetti diversi sul loro concreto modo di agire. Per calare la diagnosi del perito nel caso concreto, per rendersi effettivamente conto delle ripercussioni che il disturbo ha avuto sul consenso matrimoniale, il giudice troverà un importante criterio di valutazione nella concreta incidenza negativa che esso ha provocato sulla vita matrimoniale, nel fatto che il disturbo psichico si è posto come grave fattore di impedimento alla costituzione del totius vitae consortium.

6) I fedeli hanno diritto ad essere giudicati “servatis iuris praescriptis”, ma “cum aequitate applicandis” (can. 221 § 2): a ricevere quindi dal giudice un accertamento della loro situazione personale, quale risulta da una corretta applicazione delle disposizioni legislative, tenendo sempre presenti le irripetibili caratteristiche del caso umano di cui sono stati protagonisti. Nell’ordinamento della Chiesa la funzione di giudicare non può dunque esaurirsi né cristallizzarsi in una rigida e formalistica applicazione delle disposizioni di legge, ma deve costantemente ispirarsi al principio di equità.

Va però precisato che giudicare con equità non significa assumere un atteggiamento di superficiale benevolenza, tale da portare ad un’applicazione rilassata, edulcorata della legge o addirittura ad una sua sostanziale disapplicazione, in nome di un interesse umano che si crede di individuare nel singolo caso concreto. Non significa far scivolare il giudizio da un piano giuridico ad un piano meramente pastorale, in cui tende a prevalere una malintesa compassione, un sentimentalismo, una visione pietista della carità evangelica. Giudicare con equità significa prendere piena consapevolezza che la giustizia e lo stretto diritto - come ha sottolineato Giovanni Paolo II - sono “realtà intrinsecamente pastorali”, che l’attività giuridico-canonica è per sua natura pastorale”[19].

Così intesa, la natura pastorale ed equitativa della giustizia ecclesiastica conduce, innanzi tutto, a vedere in colui che chiede giustizia non un anonimo utente di un pubblico servizio, ma un fratello che deve essere compreso, aiutato, eventualmente ripreso e ricondotto ad una situazione di vita che sia veramente conforme alla giustizia. Un simile approccio non può poi che portare ad una valutazione del caso concreto tale da scoprire ed approfondire tutte le implicazioni umane ad esso inerenti; ad un costante sforzo di ricerca della norma giuridica che, pur nel pieno rispetto delle prescrizioni legislative, meglio si adatta alle esigenze umane e agli interessi spirituali delle persone che devono essere giudicate.

Sono convinto che per un giudizio di questo tipo nelle cause matrimoniali sarà di grande giovamento una maggiore attenzione alle vicende della vita coniugale. Un’esclusiva, e prioritaria concentrazione sul momento costitutivo del patto matrimoniale rischia di rendere il giudizio lontano dalla realtà concreta, distaccato da quanto è stato vissuto e sofferto dai due diretti interessati. L’attenzione alla vita coniugale, a quelle vicende che hanno profondamente inciso sull’esistenza dei due coniugi e che spesso continuano a segnare dolorosamente il loro animo, renderà invece il giudizio più vicino, più comprensibile, più accettabile anche in caso di responso negativo. Compiere un’accurata verifica dei contenuti, della consistenza, della affidabilità delle risultanze probatorie alla luce di queste vicende, ricavare da esse elementi di grande, e talora decisiva, rilevanza ai fini della decisione: tutto ciò aiuterà a conformare il giudizio alla genuina natura pastorale della giustizia ecclesiale, a farlo sentire come un fraterno aiuto a riacquistare la pace interiore e a guardare al futuro con rinnovata fiducia e serenità.

[1] O. FUMAGALLI CARULLI, Il matrimonio canonico dopo il Concilio. Capacità e consenso, Milano, 1978, 61.

[2] PIO XI, Enciclica Casti connubii, 31 dicembre 1930, n. 6.

[3] “Matrimonium valide in infidelitate contractus – scriveva il p. Cappello nel suo trattato De sacramentis, III, 33 – per baptismus utriusque coniugis fit ipso facto sacramentum, quin requiratur espressa aut saltem tacita consensus renovatio”. Aggiungeva che tale affermazione era da considerarsi a suo giudizio “certa”.

[4] PIO XII, Allocuzione alla Rota Romana del 1 ottobre 1942.

[5] Qualche incertezza potrebbe sorgere dall’art. 180 § 1 dell’istruzione Dignitas connubii, che riprende il can. 1536 § 2, aggiungendovi però un termine (indicato qui di seguito in corsivo). Secondo questa disposizione le dichiarazioni delle parti non possono acquistare valore di prova piena “nisi alia accedant elementa probatoria quae eas omnino corroborent”. Ma come ben ha osservato J. M. ARROBA CONDE, La dichiarazione delle parti nelle cause di nullità matrimoniale, in Matrimonium et ius. Studi in onore del prof. Avv. Sebastiano Villeggiante, Città del Vaticano, 2006, 245, “che gli elementi confermativi della dichiarazione della parte debbano essere “elementa probatoria” significa solo che debbono essere presenti nelle prove raccolte, il che appare ovvio, mentre sarebbe sbagliato (perché ridondante e del tutto inutile) riferirli ad altre prove che direttamente confermino quanto detto dalla parte”.

[6] ] Questa, anche se con ulteriori precisazioni, sembra essere sostanzialmente la posizione di G. P. WEISHAUPT, De necessitate cridibilitatis partium intrinsecae ad certitudinem moralem in causis matrimonialibus adipiscendam, in Periodica 2006, 647 ss.

[7] P. BIANCHI, Le prove, in I giudizi nella Chiesa. Il processo contenzioso e il processo matrimoniale, Milano 1999, 88. Per ulteriori indicazioni in proposito rimandiamo a M. F. POMPEDDA, Il valore probativo delle dichiarazioni delle parti nella nuova giurisprudenza della Rota Romana, in Ius Ecclesiae 1993, 437 ss.; M. J. ARROBA CONDE, La dichiarazione delle parti, cit., 231 ss.; G. CABERLETTI, Le dichiarazioni delle parti (artt. 177 – 182), in Il giudizio di nullità matrimoniale dopo l’istruzione “Dignitas connubii”, Parte III, La parte dinamica del processo, Città del Vaticano, 2008, 343 ss.

[8] M. J. ARROBA CONDE, La dichiarazione delle parti, cit., 252-253.

[9] Come bene è stato osservato, alla base delle nuove norme sulle dichiarazioni delle parti c’è “l’esigenza di rispettare la dignità della persona che include la presunzione di veridicità”. Cfr. M. J. ARROBA CONDE, La dichiarazione delle parti, cit., 230, che si riporta alla sentenza rotale 27 gennaio 1984 c. Serrano (Dec. seu sent., 1984, 58). Il tema è stato ulteriormente approfondito dallo stesso autore nel saggio La dichiarazione delle parti come valorizzazione della dimensione personalista del Processo matrimoniale canonico, in Apollinaris 2007, 687 ss..

[10] Rota Romana 13 luglio 1987 c. Pompedda, richiamata dalla sentenza 18 dicembre 1991 c. Funghini, Dec.seu sent., 1991, p. 848. Quest’ultima sentenza aggiunge ancora che occorre indagare se vi sia una qualche grave ragione che abbia indotto la parte convenuta ad opporsi alla richiesta dell’attore: “Aliquando simultas gravis ob ea quae causa fuerunt separationis vel illam immediate praecesserunt adest inter partes, cui accedit vindictae studium vel voluntas nocendi”. Questi sentimenti di avversione sono non di rado aggravati da questioni economiche non ancora risolte, “potissimum si pars actrix divitiis praepollens est ac fortunis maximis ornata et altera pars timet ne per declarationem nullitatis matrimonii propriam condicionem in peiorem sortem esse versuram ac mutaturam”

[11] 29 novembre 1975 c. Staffa, in Periodica, 1977, p. 297.

[12] Le proposte ed il dibattito dottrinale a cui facciamo riferimento sono state rievocate dallo stesso P. FEDELE, In tema di convalida del matrimonio canonico nullo per difetto o vizio di consenso, in Studi di diritto canonico in onore di Marcello Magliocchetti, Roma 1975, 487 ss. Si vedano anche G. MANTUANO, Convalida “ipso iure” del matrimonio e “renovatio consensus”, n Scritti in memoria di Pietro Gismondi, II, 1, Milano 1991, 569. Più di recente si veda D. ARRU, La convalidazione semplice del matrimonio nel codice canonico del 1983, Roma 2008, 82 ss.

[13] Per le proposte avanzate nel corso dei lavori preparatori al Codex, si veda Communicationes, 1973, p. 90.

[14] Su tutta questa tematica si veda la precisa e puntuale illustrazione di D. ARRU, La convalidazione, cit.

[15] Sull’evoluzione che ha subito la concezione del matrimonio e, conseguentemente, la legislazione canonica dopo il Concilio Vaticano II rimando a P. MONETA, Il matrimonio nel nuovo diritto canonico, 4 ed., Pisa, 2008, 24 ss.

[16] Si veda su questa tematica il volume Matrimonio e sacramento, Città del Vaticano, 2004 e, in esso, P. Moneta, L’esclusione del sacramento e l’autonomia della fattispecie, 75 ss., dove si fa riferimento a dichiarazioni di nullità in casi in cui l’intenzione contraria alla sacramentalità non aveva concretamente inciso nella vita matrimoniale e nella instaurazione di una comunione tra i due coniugi (in un caso, secondo le affermazioni dello stesso interessato, la convivenza era stata “abbastanza pacifica per 12 anni, con questo in particolare, che io alla domenica non andavo in Chiesa”).

[17] Per l’adozione di un criterio obiettivo di valutazione si vedano, ad esempio, le sentenze rotali 25 ottobre 1990 c. Burke e 27 gennaio 1994 c. Stankievicz (Decisiones, 1990, 725; 1994, 69).

[18] Per tale posizione cfr. P. MONETA, Il matrimonio, cit., 152-153.

[18] GIOVANNI PAOLO II, Allocuzione alla Rota Romana del 18 gennaio 1990.

Saluto del Moderatore S. Ecc. Rev.ma Mons Francesco Cacucci

TRIBUNALE ECCLESIASTICO REGIONALE PUGLIESE

CERIMONIA DI INAUGURAZIONE
DELL 'ANNO GIUDIZIARIO

Bari 14 febbraio 2009
Saluto dell'ARCIVESCOVO MODERATORE

Esprimo il mio più cordiale benvenuto a voi, graditissimi ospiti, che avete voluto accogliere l’invito a partecipare all’annuale cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese. Un particolare saluto al Prof. Paolo Moneta, Professore Ordinario di Diritto Canonico ed Ecclesiastico presso l’Università di Pisa. A lui va il più vivo ringraziamento per aver accolto l’invito a tenere la Prolusione per questo tradizionale appuntamento annuale.

Saluto con deferenza le Autorità presenti, che hanno voluto onorare con la loro partecipazione questo appuntamento significativo per la vita del Tribunale e per l’intera Comunità ecclesiale pugliese. La loro presenza è segno evidente di una costruttiva interazione e collaborazione tra Istituzioni poste, nello stesso territorio, ad operare in modo unanime al servizio del bene comune.

Con viva cordialità porgo il mio benvenuto ai rappresentanti del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese di Appello di Benevento, chiamati con il loro impegno solerte e puntuale a collaborare con il nostro Tribunale.

Con particolare gratitudine saluto gli operatori della giustizia ecclesiastica intervenuti: i giudici, i difensori del vincolo, gli avvocati, i minutanti. Solo il comune e generoso lavoro di tutti può generare i frutti tangibili di quel peculiare servizio che è espressione autentica della più ampia azione pastorale della chiesa.

Nella recente sessione della Conferenza Episcopale Pugliese del 9 dicembre scorso, i Vescovi hanno provveduto alle nuove nomine relative all’organico del Tribunale, ormai in scadenza da alcuni mesi. In quella sede i Presuli pugliesi hanno confermato nell’ufficio di Vicario Giudiziale Mons. Luca Murolo. Ciò non fa che ribadire i sentimenti di stima e di apprezzamento dell’episcopato pugliese per la sua persona, sempre prudente nel suo ministero di governo e zelante nel suo servizio al Tribunale. Nello stesso tempo sono stati confermati i precedenti Vicari aggiunti ai quali è stato affiancato un terzo Vicario nella persona di don Filippo Salvo, dell’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie. Così come sono stati confermati negli uffici i giudici, il difensore del vincolo e i patroni stabili precedentemente operanti. Don Antonio Neri, della diocesi di Molfetta, don Michele Di Nunzio, dell’Arcidiocesi di Foggia, e don Antonio Magnocavallo, della diocesi di Lungro, per motivi diversi hanno lasciato il loro ufficio di giudici. A loro giunga, a nome della Conferenza Episcopale Pugliese il più vivo ringraziamento per l’opera svolta in questa sede, in tanti anni di prezioso servizio.

La circostanza dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese regionale è certamente un momento privilegiato per leggere la situazione della cause di dichiarazione di nullità del matrimonio, così come fra poco farà il Vicario giudiziale, ma è, altresì, l’occasione per riflettere sulla bellezza e la profonda verità del matrimonio cristiano. A tal proposito, mi piace riportare quanto affermato dal Santo Padre nel suo recente discorso alla Rota Romana, il 29 gennaio scorso. «Occorre anzitutto riscoprire in positivo – afferma il Papa – la capacità che in principio ogni persona umana ha di sposarsi in virtù della sua stessa natura di uomo o di donna. Corriamo infatti il rischio di cadere in un pessimismo antropologico che, alla luce dell’odierna situazione culturale, considera quasi impossibile sposarsi … Non si possono confondere – continua Benedetto XVI – con la vera incapacità consensuale le reali difficoltà in cui versano molti, specialmente i giovani, giungendo a ritenere che l’unione matrimoniale sia normalmente impensabile e impraticabile. Anzi, la riaffermazione della innata capacità umana al matrimonio è proprio il punto di partenza per aiutare le coppie a scoprire la realtà naturale del matrimonio e il rilievo che ha sul piano della salvezza. Ciò che in definitiva è in gioco è la stessa verità sul matrimonio e sulla sua intrinseca natura giuridica». Questo è tanto più importante ribadirlo in un contesto culturale come il nostro che non aiuta le coppie ad apprezzare e a vivere in profondità la bellezza e la ricchezza della donazione reciproca e della comunione di vita, scelte “per sempre”.

A questo proposito il Pontefice annota: «Ovviamente alcune correnti antropologiche umanistiche, orientate all’autorealizzazione e all’autotrascendenza egocentrica, idealizzano talmente la persona umana e il matrimonio che finiscono per negare la capacità psichica di tante persone, fondandola su elementi che non corrispondono alle esigenze essenziali del vincolo coniugale. Dinanzi a queste concezioni, i cultori del diritto ecclesiale non possono non tener conto del sano realismo a cui faceva riferimento il mio venerato Predecessore (cfr Giovanni Paolo II, Allocuzione alla Rota Romana, 27.1.1997, n. 4, AAS 89 [1997], p. 488), perché la capacità fa riferimento al minimo necessario affinché i nubendi possano donare il loro essere di persona maschile e di persona femminile per fondare quel vincolo al quale è chiamata la stragrande maggioranza degli esseri umani».

Con questi auspici che faccio miei e che affido alla riflessione di tutti, rinnovo il mio ringraziamento per la vostra qualificata presenza.

+Francesco Cacucci
Arcivescovo di Bari-Bitonto
Presidente della C.E.P.

Moderatore del T.E.R.P.

Relazione Mons. Luca Murolo, Vicario Giudiziale TERP

TRIBUNALE ECCLESIASTICO REGIONALE PUGLIESE

BARI

Relazione dell’attività dell’anno 2008

In occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2009

14 Febbraio 2009

Eccellenza Reverendissima,
Onorevoli Autorità,
Illustri Magistrati del Foro civile,
Illustri Autorità accademiche,
Illustri Avvocati,
Signore e Signori

1)
Cordialmente saluto e ringrazio tutti voi che, accogliendo l’invito, avete voluto partecipare a questa cerimonia di inaugurazione ufficiale dell’anno giudiziario del nostro Tribunale Regionale.

Saluto in modo particolare S. E. Mons. Francesco Cacucci, Presidente della Conferenza Episcopale Pugliese e Moderatore del Tribunale che rappresenta tutti i Vescovi della nostra Regione. Sento il bisogno e il dovere di esprimere a Lui e, tramite Lui a tutti i Vescovi la più viva gratitudine per l’apprezzamento del lavoro che si svolge nel Tribunale e la fiducia che hanno dimostrato nella conferma degli incarichi

Porgo il benvenuto tra noi al Reverendissimo Don Kemal Giovanni Kokona, Vicario giudiziale del Tribunale Interdiocesano (Nazionale) di Albania che ha sede in Scutari di cui il nostro Tribunale Pugliese, già dal 2004 con Decreto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, fu designato come sede di Appello. A don Giovanni Kokona affidiamo l’incarico di salutare S. E. Mons. Angelo Massafra, Arcivescovo di Scutari, il quale non ha potuto partecipare a questa cerimonia perché impegnato nella visita pastorale in diocesi.

Saluto anche il Vicario Giudiziale e i Giudici del Tribunale di Appello di Benevento e le autorità civili e militari, rappresentate dai più alti vertici.

Do il benvenuto all’Illustrissimo Prof. Avv. Paolo Moneta, Docente di Diritto Ecclesiastico e Canonico presso l’Università di Pisa e Presidente dell’Associazione Canonistica Italiana, il quale terrà la prolusione sul tema: “Valutazione delle prove, vicenda matrimoniale e giudizio di nullità”. Sin da ora gli esprimo il ringraziamento più cordiale.

2)
Presento ora l’attività svolta dal nostro Tribunale Regionale durante l’anno 2007, con le cifre che riguardano il numero delle cause, i motivi per cui i fedeli della nostra regione hanno chiesto la dichiarazione di nullità del loro matrimonio e la durata delle convivenze coniugali. Lo faccio non per soddisfare la curiosità, ma per offrire ai responsabili pastorali e a coloro che hanno a cuore la famiglia motivi di riflessione in ordine agli orientamenti concreti da assumere.

2) Propongo alla vostra attenzione l’attività svolta dal nostro Tribunale Regionale durante l’anno 2008, con le cifre che riguardano il numero delle cause, i motivi per cui i fedeli della nostra regione hanno chiesto la dichiarazione di nullità del loro matrimonio e la durata delle convivenze coniugali. In tal modo intendo offrire ai responsabili pastorali e a coloro che a vario titolo sono impegnati per la famiglia nelle diocesi, nei consultori familiari e nella società civile. motivi di riflessione.

3)

Le Cause

A) Nel 2008 sono stati introdotti 232 nuovi libelli(8 in più);

sono state concluse 254 cause( 9 in più del 2007);

ne sono state archiviate 32;

al 31 Dicembre 2008 risultano pendenti 633 cause

(al 31 Dicembre 2007 risultavano pendenti 687 cause)

Delle cause decise

179 si sono concluse affermativamente , cioè con la dichiarazione di nullità del matrimonio

75 si sono concluse negativamente , cioè con il riconoscimento della validità del matrimonio

B)

Le motivazioni principali:

Matrimoni dichiarati nulli:

- 77 per esclusione della indissolubilità;

- 50 per esclusione della prole;

- 49 per mancanza di usi di ragione, per difetto di discrezione di giudizio e per incapacità ad assumere gli obblighi coniugali,
(iuxta can. 1095,n. 2 e n. 3);

- 12 per esclusione della fedeltà;

- 10 per timore;

- 4 per dolo;

- 4 per condizione;

- 2 per errore di qualità
(iuxta can. 1097 § 2);

- 2 per esclusione del bonum coniugum;

- 1 per difetto di forma canonica;


C)

Durata della convivenza dopo la celebrazione:

dai 232 libelli presentati nel 2008 risulta che 199 unioni matrimoniali sono durate tra 2 mesi e 10 anni.

* * *

Propongo una riflessione sui dati di questo ultimo decennio 1998 – 2008.

Il 1998 fu l’anno in cui da parte della Conferenza Episcopale Italiana fu data una nuova impostazione all’attività dei Tribunali ecclesiastici regionali in Italia con nuove Norme circa il regime amministrativo del Tribunali stessi e fu l’anno in cui mi fu affidato l’ufficio di Vicario giudiziale del Tribunale della nostra regione.

+ In questo decennio si è registrato un crescendo di introduzioni di libelli

Nel 1998: 300;

nel 1999: 267;

nel 2000: 284;

nel 2001: 311;

nel 2002: 266;

nel 2003: 275;

nel 2004: 244;

nel 2005: 251;

nel 2006: 264;

nel 2007: 224;

nel 2008: 232.

Si è passati da un picco di 311 del 2001 ad una flessione in assestamento intorno ai 220-230.
Alcune spiegazioni possono essere le seguenti:

1) la fiducia dei fedeli nella Chiesa;

2) la facilità di accesso al Tribunale per i fedeli intenzionati ad iniziare una causa di nullità poiché la CEI nel 1998 fissò il contributo (esiguo e quasi simbolico) dei fedeli per le spese processuali che attualmente è in Euro 500,00, e determinò l’onorario per gli avvocati, che attualmente è tra un minimo di Euro 1500,00 e un massimo di Euro 2850,00.

3) la presenza dei Patroni stabili che svolgono la consulenza e l’assistenza gratuitamente;

4) il senso di temerarietà di tanti nell’introdurre alcuni libelli ….a rischio.

+ Inoltre in questo decennio si è constatato che nel nostro Tribunale sono state emesse

1178 sentenze di nullità per la esclusione della indissolubilità,

412 per esclusione della prole,

319 per simulazione totale del consenso,

76 per esclusione della fedeltà.

Se a queste si sommano le sentenze negative: 499 per esclusione della indissolubilità, 367 per esclusione della prole, 316 per simulazione totale del consenso e 182 per esclusione della fedeltà, risulta con evidenza che certamente sono ancora tanti i giovani che si accostano al sacramento del matrimonio con superficialità, senza la volontà di assumere gli impegni duraturi con la volontà di impostare la vita su criteri di comodo, senza un progetto e una prospettiva procreativa.

+ In aumento sono anche i casi di immaturità e di incapacità psicologica che non ha reso tanti giovani capaci di valutare criticamente i diritti e i doveri coniugali e pertanto non sono stati messi in grado di essere responsabili negli impegni assunti col matrimonio.

Pertanto è opportuno che nella fase di preparazione dei giovani al matrimonio, che lodevolmente in tantissime parrocchie si svolge, si insista molto a rendere quei cosidetti “corsi per fidanzati” veri e propri itinerari in cui non soltanto siano date delle nozioni, ma ci sia una verifica di un cammino di evangelizzazione del matrimonio sacramento con l’accettazione “cordiale” dell’unità, della indissolubilità e della fedelt6agrave;.

E da parte dei parroci l’incontro previo, cioè il “processetto prematrimoniale” dovrebbe essere una preziosa occasione pastorale da valorizzare per conoscere le vere intenzioni dei nubendi, per chiarire, comprendere e perfezionare la preparazione.

Anche gli Operatori del Tribunale sono disponibili ad offrire alle Diocesi e ai Consultori familiari la possibilità di una collaborazione.

Tale collaborazione potrebbe essere realizzata non solo nella preparazione dei giovani al matrimonio, ma anche nel sostenere e promuovere le iniziative delle Commissioni diocesane per la Pastorale Familiare e dei Consultori familiari di ispirazione cristiana, in favore delle famiglie in difficoltà e delle persone separate o divorziate. Purtroppo gli sposi in crisi si allontanano dalla vita della comunità cristiana, per timore di essere rifiutati o comunque giudicati. Ad essi, invece, è necessario far percepire che la Chiesa si sente chiamata non ad esprimere un giudizio severo e distaccato, ma piuttosto ad immettere nelle pieghe di tanti drammi la luce della Parola di Dio, esigente, ma sempre vivificante, accompagnata dalla testimonianza della Sua misericordia. Tutti devono sentirsi, a loro volta, membra vive di una Chiesa dal volto materno.

* * *

I nubendi che manifestano dei problemi nella sfera psichica vanno particolarmente aiutati, specialmente con l’aiuto degli operatori specializzati dei consultori familiari a fare chiarezza, perché se si tratta di semplici difficoltà vanno sostenuti, ma se si tratta di vera incapacità il sacramento viene messo a rischio.

Il Papa Benedetto XVI nel Discorso, che ha tenuto il 29 Gennaio u.s. al Tribunale della Rota Romana in occasione dell’inaugurazione dell’ anno giudiziario, dopo aver richiamato l’attenzione sulla esigenza di trattare le cause con doverosa profondità richiesta dal ministero di verità e di carità, ricordando quanto già in passato aveva detto Giovanni Paolo II, ha ribadito in primo luogo la distinzione tra una maturità psichica, che sarebbe il punto di arrivo dello sviluppo umano e la maturità canonica, che è invece il punto minimo di partenza per la validità del matrimonio.
In secondo luogo, tra incapacità e difficoltà, in quanto solo l’incapacità, e non già la difficoltà a prestare il consenso e a realizzare una vera comunità di vita e di amore, rende nullo il matrimonio.
In terzo luogo, tra la dimensione canonistica della normalità, che ispirandosi alla visione integrale della persona umana, comprende anche moderate forme di difficoltà psicologica, e la dimensione clinica che esclude dal concetto di essa ogni forma di maturità e ogni forma di psicopatologia.
In fine, tra la capacità minima sufficiente per un valido consenso e la capacità idealizzata di una piena maturità in ordine ad una vita coniugale felice.

Il Papa ha ricordato che l’avverarsi di una incapacità psichica richiede, già al tempo del matrimonio, la presenza di una particolare anomalia psichica che perturbi gravemente l’uso di ragione, o la facoltà critica ed elettiva in relazione a gravi decisioni, particolarmente per quanto attiene la libera scelta dello stato di vita o che provochi nel contraente non solo una grave difficoltà, ma anche la impossibilità di far fronte ai compiti inerenti agli obblighi essenziali del matrimonio.

A tal proposito il Papa sottolinea il compito importante dei periti, che sono di aiuto ai giudici per accertare l’esistenza di una vera incapacità che è sempre una eccezione al principio naturale della capacità necessaria per comprendere, decidere e realizzare la donazione di se stessi dalla quale nasce il vincolo coniugale.

* * *

Voglio ricordare che se una delle parti è stata causa di nullità per dolo o per simulazione, il Tribunale, considerate tutte le circostanze del caso, appone il divieto di contrarre un nuovo matrimonio senza la previa consultazione dell’Ordinario del luogo in cui il nuovo matrimonio deve essere celebrato (cfr. Istr. “Dignitas Connubii”, art. 251 § 2). L’Ordinario del luogo rimuoverà il divieto dopo che l’interessato avrà dimostrato un vero cambiamento di mentalità e con serietà avrà pronunciato un giuramento di impegno di accettare il matrimonio sacramento senza riserve sugli elementi e sulle proprietà essenziali dello stesso.

4)

L’ ATTIVITÀ DEI GIUDICI

Nell’anno 2008 sono state decise 254 cause. E le cause pendenti che negli anni precedenti sono state:743 a fine 2006 e 687 a fine 2007, al 31 Dicembre del 2008 erano 633.

Ciò dimostra il generoso impegno dei giudici e degli uditori. Si sarebbe ottenuto un maggior risultato se avessero potuto dare il loro contributo di collaborazione piena i giudici don Michele Di Nunzio dell’Arcidiocesi di Foggia – Bovino e don Antonio Neri, della diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, entrambi chiamati a rendere un servizio presso la Santa Sede, come officiali, il primo presso la Congregazione per la Dottrina della Fede, il secondo presso la Congregazione per il Clero. Da settembre 2008 ha cessato la collaborazione come giudice Mons. Leonardo Erriquenz della Diocesi di Conversano Monopoli che ha presentato le dimissioni. Così pure il 2 Dicembre 2008 il Sac.Antonio Magnocavallo, della Diocesi di Lungro, parroco della Parrocchia S.Giovanni Crisostomo in Bari, dopo aver servito il nostro Tribunale per 33 anni, prima come Difensore del Vincolo e poi come Giudice (a tempo pieno), ha rassegnato le dimissioni per motivi di salute. A don Antonio Neri, a don Michele Di Nunzio, a Mons. Leonardo Erriquenz e a don Antonio Magnocavallo esprimo la cordiale gratitudine di tutti gli operatori del nostro Tribunale per il competente impegno e l’esempio di passione pastorale dimostrata in tanti anni di servizio.

Intanto sono venute a mancare delle unità nell’organico dei giudici e pertanto ho rivolto ai nostri Vescovi, che sono molto attenti alle esigenze del Tribunale, l’appello perché l’organico dei giudici sia integrato con altri sacerdoti competenti e disponibili.

* Per la formazione degli Operatori del Tribunale è stata incentivata la partecipazione a diverse occasioni culturali.

Infatti dodici Giudici, un Uditore, un Patrono Stabile e otto Avvocati hanno partecipato il 24 e 25 Gennaio 2008 al Convegno di studio promosso dal Pontificio Consiglio per i testi legislativi in occasione del XXV anniversario della promulgazione del Codice.

Due giudici e un uditore hanno partecipato al III Corso residenziale di Diritto canonico applicato (Cause matrimoniali) che si è tenuto dal 26 al 29 agosto 2008 a Perugia, organizzato dalla Redazione di “Quaderni di Diritto Ecclesiale”.

Dieci Giudici, un Patrono Stabile, un Notaio e dieci Avvocati hanno partecipato al Congresso Nazionale di Diritto Canonico sul tema “La giurisprudenza della Rota Romana sul consenso matrimoniale (1908 – 2008)”, svoltosi a Loreto dal 9 al 12 Settembre 2008, organizzato dall’Associazione Canonistica Italiana.

Un Giudice e due addetti alla Cancelleria hanno partecipato al Convegno di studio sul tema: “La natura missionaria della Chiesa e la sua ricezione nel Codice di Diritto Canonico”, organizzato a Roma dalla Pontificia Università Urbaniana”, il 27 Novembre 2008.

5)

L’ ATTIVITA’ DEL NOSTRO TRIBUNALE COME SEDE DI APPELLO PER IL TRIBUNALE NAZIONALE DI ALBANIA

Come già accennato, con Decreto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica del 23 Gennaio 2004 il nostro Tribunale Regionale fu designato come Tribunale di seconda istanza per le cause trattate in primo grado dal Tribunale Ecclesiastico Interdiocesano (nazionale) di Scutari (Albania). Nel mese di Giugno 2008 il Vicario Giudiziale di quel Tribunale Sac. Giovanni Kemal Kokona ha trascorso una settimana a Bari per prendere contatti con gli Operatori di questo Tribunale e per uno scambio di idee. Nel mese di Novembre e di Dicembre del 2008 sono pervenute le prime due cause che sono in fase di studio e di esame per essere definite.

Anche per questo ulteriore lavoro che è già iniziato e che secondo gli accordi tra gli Ecc.mi Moderatori Mons. Cacucci, Arcivescovo di Bari e Mons. Angelo Massafra, Arcivescovo di Scutari, vuol essere una collaborazione di servizio tra Chiese sorelle, si rende necessaria la presenza di altre unità nell’organico dei giudici del nostro Tribunale.

6)

I PATRONI STABILI

Il titolare dell’Ufficio di Difensore del Vincolo è Mons. Felice Posa. Con lui hanno collaborato come difensori del Vincolo sostituti 2 sacerdoti e 6 laici. Tutti hanno svolto il loro compito con impegno e competenza.

In questo nuovo anno svolgerà l’ufficio di Difensore del Vincolo anche il dott. Giuseppe Albanese.

Anche nell’anno 2008 l’Ufficio di Promotore di Giustizia è stato svolto da Mons. Felice Posa e quando ciò è risultato incompatibile perché impegnato come “Difensore del Vincolo”, l’incarico di Promotore di Giustizia è stato svolto dal Sac. Ignazio Pansini.

7)

I PATRONI STABILI

I Patroni Stabili del nostro Tribunale sono stati l’avv. Franca Maria Lorusso e l’avvocato rotale Concetta Farinato. Poiché il numero dei fedeli che chiedono le consulenze e l’assistenza tecnica dei Patroni Stabili è abbastanza considerevole, il nostro Tribunale ha chiesto alla CEI la possibilità di nominare un terzo patrono stabile.

Voglio ancora ricordare, perché sia noto ai fedeli, che secondo il can. 1490 del Codice di Diritto Canonico e dell’art. 6 delle Norme della CEI “circa il regime amministrativo dei Tribunali Ecclesiastici Regionali Italiani e l’attività di patrocinio svolta presso gli stessi”, i Patroni Stabili fanno parte dell’organico del Tribunale.

Secondo le suddette Norme, ai Patroni Stabili i fedeli possono rivolgersi per ottenere la consulenza canonica circa la propria situazione matrimoniale e per avvalersi del loro patrocinio.

Il servizio di consulenza avviene ordinariamente nella sede del Tribunale e, una volta al mese, nelle sedi delle Diocesi dei capoluoghi di provincia, in un ufficio delle rispettive Curie, così come stabilito dal nostro Regolamento.

Per potersi avvalere del patrocinio di uno dei Patroni Stabili, la parte che ne abbia interesse deve farne richiesta scritta e motivata al Preside del Collegio giudicante. Questi accoglie la richiesta tenuto conto delle ragioni addotte e delle effettive disponibilità di servizio.

Il Patrono Stabile non riceve alcun compenso dai fedeli né per la consulenza, né per il patrocinio o la rappresentanza in giudizio perché alla retribuzione dei Patroni Stabili provvede il Tribunale, attingendo dalle risorse messe a disposizione dalla CEI.

I nostri Patroni Stabili durante l’anno 2008 hanno introdotto n. 46 libelli.

Il numero delle consulenze da essi svolte è il seguente:

n. 118 a Bari, n. 30 a Foggia, n. 5 a Brindisi, n. 57 a Taranto, n.78 a Lecce.

Attualmente, i nostri Patroni Stabili tra le cause introdotte nel 2008 e quelle degli anni precedenti, stanno seguendo n. 77 cause l’avv. Concetta Farinato e n. 98 cause l’avv. Franca Maria Lorusso.

Intanto mi sembra necessario e doveroso ricordare che il Patrono Stabile non è l’Avvocato d’ufficio, poiché alle situazioni di indigenza è possibile provvedere con il gratuito patrocinio assicurato dai liberi professionisti iscritti all’Albo, secondo un turno determinato dal Vicario Giudiziale.

7)

I PATRONI DI FIDUCIA

Nell’albo del nostro Tribunale sono iscritti gli avvocati residenti nella Regione Puglia: L’albo è costituito da 19 professionisti che hanno conseguito il titolo di Avvocato Rotale, da 51 Laureati in Diritto Canonico, da 11 Licenziati “vere periti” in Diritto Canonico e da 7 Licenziati in Diritto Canonico, ammessi “ad biennium” al fine di concedere la possibilità di conseguire il dottorato.

E’ utile che sia a tutti noto l’elenco aggiornato degli avvocati residenti in Puglia, ammessi a patrocinare nel nostro Tribunale perché ai fedeli che si rivolgono alle Curie Diocesane o ai Consultori Familiari siano date esatte informazioni.

Il 13 Giugno 2008 è deceduto l’avv. Prof. Luca Troccoli, che tutti ricordiamo con stima e affetto per la sua competenza professionale e amabilità nel vivere il suo impegno professionale come servizio alla Chiesa.

Durante la celebrazione eucaristica lo abbiamo ricordati nella preghiera raccomandandolo al Signore.

8)

I COSTI E I TEMPI

Per quanto riguarda i costi delle cause, torno a ricordare, perché ne siano informati i parroci e tramite loro se ne faccia notizia, che già dal mese di marzo 2007 il contributo delle parti alle spese processuali è il seguente:

la parte attrice, che invoca il ministero del Tribunale, è tenuta a versare Euro 500,00 al momento della presentazione del libello; la parte convenuta non è tenuta
ad alcuna contribuzione
, ove partecipi all’istruttoria senza patrocinio. Nel caso in cui nomini un patrono di fiducia o ottenga di usufruire dell’assistenza di un patrono stabile, è tenuta a versare Euro 250,00.

Il Consiglio Episcopale Permanente della CEI, nel mese di marzo 2007, ha stabilito che l’onorario per i Patroni di fiducia è determinato dal Preside del Collegio giudicante (e non dall’avvocato), tra un minimo di Euro 1.500,00 ed un massimo di Euro 2.850,00 (escluso IVA e ulteriori oneri, sostenuti dal Patrono, che non possono essere compresi in tali onorari).

Per quanto riguarda la durata delle cause, devo dire che, stando al numero di esse e alla disponibilità dei giudici, è non meno di due anni.

Certe volte i tempi si allungano quando, dovendo verificare la incapacità psicologica o psichica si rende necessaria la perizia di un perito d’ufficio, psichiatra o psicologo.

9)

LA CANCELLERIA E LA NUOVA SEDE DEL TRIBUNALE

La Cancelleria è retta da don Vito Spinelli con la collaborazione di due “addetti alla Cancelleria” e da sette notai-attuari. Il lavoro svolto in cancelleria che consiste nell’assistenza ai giudici e nella attenzione a seguire tutte le pratiche dall’accettazione del libello fino alla spedizione di quanto è necessario alla sede del Tribunale di Benevento, oltre a soddisfare il rapporto con il pubblico e con gli avvocati, è veramente encomiabile.

Il nostro Tribunale ha il sito internet: www terpuglia.it visitando il quale si possono apprendere tutte le notizie utili riguardanti l’indirizzo della sede, l’organico del Personale che opera, l’elenco degli avvocati, il Regolamento del Tribunale e le Norme della CEI “circa il regime amministrativo dei Tribunali Ecclesiastici Regionali Italiani e l’attività di patrocinio svolta presso gli stessi”, le statistiche annuali, e le relazioni dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.

La sede del Tribunale è in Largo S.Sabino 1.
L’indirizzo di posta elettronica : amministrazione@terpuglia.it

10)

CONCLUSIONE

Voglio concludere assicurando che nel nostro lavoro siamo in piena collaborazione con i nostri Vescovi e con tutti coloro che nelle diocesi si dedicano alla preparazione dei giovani al matrimonio e nel sostenere le famiglie: Consultori familiari e Operatori di pastorale familiare.

Mediante la funzione giudiziaria esercitata nelle cause di nullità di matrimonio siamo consapevoli di dimostrare l’amore pastorale che la Chiesa, in consonanza col suo ministero di verità, ha verso i fedeli che soffrono a causa di relazioni familiari difficili trovandosi in una situazione matrimoniale irregolare, dissonante col Vangelo, e, di conseguenza, mette a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza.

A tutti i Giudici, gli Uditori, i Difensori del Vincolo, al Cancelliere, ai Notai, ai Periti, ai valenti Avvocati e a tutti coloro che, a vario livello, collaborano, la più viva gratitudine e l’augurio di buon lavoro.

Sac. Luca Murolo

Vicario Giudiziale

Statistiche Anno 2008

Relazione al 31/12/2008

Cause introdotte
232
Cause archiviate
32
Cause decise
254

Decise

Affermative
179
Negative
75
Totale
254

Capi di nullità

Esclusione della indissolubilità
77 affermative
65 Negative
Esclusione della prole
50 affermative
39 Negative
Simulazione totale del consenso
36 affermative
46 Negative
Incapacità di assumere gli obblighi coniugali
23 affermative
30 Negative
Defectus discretionis iudici
26 affermative
17 Negative
Timore
6 affermative
16 Negative
Esclusione della fedeltà
12 affermative
7 Negative
Errore di qualità
2 affermative
7 Negative
Impotenza
0 affermative
1 Negative
Condizione
4 affermative
1 Negative
Esclusione del bonum conuigum
2 affermative
17 Negative
Errore di persona
0 affermative
0 Negative
Dolo
4 affermative
11 Negative
Difetto di forma canonica
1 affermative
0 Negative
Esclusione del matrimonio stesso
0 affermative
3 Negative

La somma dei capi ammessi o respinti non corrisponde al numero delle sentenze affermative o negative in quanto alcune volte nella stessa sentenza il Tribunale si è pronunziato su più capi, alcuni dei quali vengono ammessi e altri respinti.

Diocesi di provenienza delle 232 cause introdotte nell'anno 2008

Altamura – Gravina – Acquaviva
10
Andria
4
Bari – Bitonto
44
Brindisi – Ostuni
20
Castellaneta
4
Cerignola - Ascoli Satriano
4
Conversano - Monopoli
19
Foggia - Bovino
10
Lecce
16
Lucera - Troia
3
Manfredonia - Vieste - S. Giovanni Rotondo
8
Molfetta - Ruvo - Giovinazzo - Terlizzi
3
Nardò - Gallipoli
16
Oria
11
Otranto
12
San Severo
7
Taranto
22
Trani - Barletta - Bisceglie
12
Ugento - Santa Maria di Leuca
7
TOT
232

PROFESSIONI

AGRICOLTORE
ATTORI
ATTRICI
CONVENUTI
CONVENUTE
AGRICOLTORE
0
1
3
1
ARTIGIANO
5
5
6
5
CASALINGA
0
27
0
26
COMMERCIANTE
8
2
8
3
COMMESSA
1
2
0
2
DISOCCUPATO
2
4
4
7
FORZE DELL' ORDINE
8
0
3
3
IMPIEGATO
19
26
16
16
IMPRENDITORE
3
0
3
0
INFERMIERE
5
1
0
3
INSEGNANTE
4
9
4
13
LIBERO PROFESSIONISTA
24
8
13
13
MEDICO
2
2
5
3
MILITARI
11
0
4
1
OPERAIO
25
5
32
13
STUDENTE
5
12
3
13
PENSIONATO
0
0
1
0
Non Dichiarati
1
5
4
1
TOTALE
123
109
109
123
ATTORI
123
ATTRICI
109
TOTALE PARTE ATTRICE
232
CONVENUTI
109
CONVENUTE
123
TOTALE PARTE CONVENUTA
232

Durata della convivenza matrimoniale delle coppie che hanno introdotto il libello nell’anno 2008

2 mesi
6
3 mesi
6
4 mesi
4
5 mesi
3
6 mesi
6
8 mesi
3
9 mesi
2
10 mesi
3
11 mesi
3
1 anno
25
14 mesi
1
15 mesi
1
18 mesi
5
2 anni
22
2 anni e 6 mesi
1
3 anni
26
4 anni
14
5 anni
21
6 anni
14
7 anni
9
8 anni
7
9 anni
8
10 anni
9
11 anni
2
12 anni
4
13 anni
1
14 anni
2
15 anni
3
16 anni
3
18 anni
2
20 anni
1
22 anni
2
24 anni
1
Coppie non dichiarate
12
Totale
232