Relazione Mons. Paolo Gentili

“Il sacramento del matrimonio e l’azione pastorale per prevenire le nullità matrimoniali”

Introduzione

Prima di tutto vorrei esprimere la gioia profonda di essere qui per riflettere con voi sulla relazione sponsale e su come accompagnare, insieme, pur nelle differenti competenze, le famiglie di questa porzione di Chiesa nella vita buona del Vangelo.

Sono anche profondamente grato per questo incontro che va nella direzione di sostenere insieme le gravi ferite di chi vive il fallimento del matrimonio e ha necessità di essere accompagnato non solo nell’iter processuale, ma anche dall’intera comunità cristiana.

Apprezzo poi, in modo particolare, il desiderio di agire in forma preventiva per evitare il moltiplicarsi dei casi di nullità matrimoniale.

Certamente il contesto culturale provoca una certa inquietudine.

La domanda che ci guida è se il moltiplicarsi delle convivenze e allo stesso tempo delle famiglie che crollano, segnala una crisi della famiglia o una vera e propria crisi della società.

Vi preannuncio che l’intenzione è proprio quella di dimostrare che se crolla la famiglia, è la stessa società che perde la sua base fondativa.

Educare in un mondo che cambia

Vorrei partire dall’orizzonte che ci è offerto dai Vescovi Italiani nel primo capitolo degli Orientamenti per il decennio dedicato alla sfida educativa : “Educare in un mondo che cambia”.

Probabilmente l’atto dello sposarsi richiede oggi un sostegno ed un accompagnamento da parte della comunità cristiana e da operatori pastorali più formati ed incisivi, dato l’attuale contesto culturale.

Intendo dire che è abbastanza evidente in questa “modernità liquida”[1]una certa fragilità e incapacità ad assumere decisioni definitive e legami stabili.

Il Santo Padre Benedetto XVI è intervenuto, nel suo discorso alla Rota Romana di sabato 22 Gennaio 2011, sulla qualità della domanda di matrimonio, precisando che “nessuno può vantare il diritto a una cerimonia nuziale” ed ha precisato che :

“Il diritto a sposarsi, o ius connubii, va visto in tale prospettiva. Non si tratta, cioè, di una pretesa soggettiva che debba essere soddisfatta dai pastori mediante un mero riconoscimento formale, indipendentemente dal contenuto effettivo dell'unione. Il diritto a contrarre matrimonio presuppone che si possa e si intenda celebrarlo davvero, dunque nella verità della sua essenza così come è insegnata dalla Chiesa. Nessuno può vantare il diritto a una cerimonia nuziale”.[2]

E dopo aver sottolineato, in un chiaro orizzonte antropologico, che il matrimonio, pur essendo un diritto naturale, non può essere una pretesa, illumina l’orientamento pastorale da perseguire.

“Lo ius connubii, infatti, si riferisce al diritto di celebrare un autentico matrimonio. Non si negherebbe, quindi, lo ius connubii laddove fosse evidente che non sussistono le premesse per il suo esercizio, se mancasse, cioè, palesemente la capacità richiesta per sposarsi, oppure la volontà si ponesse un obiettivo che è in contrasto con la realtà naturale del matrimonio”.[3]

Il Papa quindi sottolinea la necessità della “capacità richiesta per sposarsi” che permette una volontà piena e libera.

È evidente che lo stabilire se ci sia o meno la “capacità richiesta per sposarsi” è affidato alla Chiesa, cioè a presbiteri e coppie di sposi che abbiano la maturità per questo discernimento da operare nella verità e nella carità.

Infine, dopo aver invitato ad un accompagnamento attento dei nubendi e sollecitato i Pastori d’anime ad un’accuratezza nel predisporre l’ “esame pre-matrimoniale”, auspica un rinnovo degli itinerari di preparazione alle nozze, attenti nel valutare e stimolare questa piena consapevolezza di ciò che si viene a chiedere alla Chiesa.

Oggi, infatti, assistiamo ad atteggiamenti adolescenziali che talvolta si prolungano in età avanzata, mettendo in dubbio la piena maturità di chi arriva a chiedere il sacramento delle nozze.

Probabilmente quindi una prima attenzione da avere nei confronti delle giovani coppie di sposi, è quindi già nel loro formarsi, e nel rendere l’intera comunità cristiana protagonista di un accompagnamento dei fidanzati che, partendo dai primi amori, si prolunghi anche nei giovani sposi, perché diventino realmente “un’intima comunità di vita e di amore “.[4]

“Un’intima comunità di vita e di amore” (cfr. GS 48) profumo della vita buona del Vangelo

Assistiamo evidentemente ad una società che non sostiene la coppia sponsale e che difficilmente mostra l’orizzonte del dono di sé come compimento della persona.

Cosa è che rende realmente la vita buona e degna di essere vissuta ?

È forse il benessere economico e la capacità di avere a propria disposizione gli ultimi ritrovati della tecnica, l’auto che si parcheggia da sola, o il frigo che ti avvisa quando il cibo è avariato ?

O non è forse la capacità di fare della propria vita un dono, il sacrificio che rende sacra la vita (da “sacrum-facere”), la santità sponsale del quotidiano? Intendo dire la santità concreta della vita coniugale e familiare, quella dell’accogliere una nuova vita quando le bollette aumentano o la “cassa integrazione” avanza, quella oserei dire “del pannolino”, delle discussioni accese con i figli adolescenti o delle notti passate ad attendere quella chiave che finalmente si avverte entrare nella serratura e che lascia tirare un sospiro di sollievo, o dell’accudire una persona familiare inferma.

Questa “intima comunità di vita e di amore “ non è quindi una famiglia distaccata dalla realtà sociale; anzi è realmente l’anima della società. Potremmo dire che l'intensità della spiritualità coniugale di una coppia di sposi, nella logica dell'Incarnazione, si testa sul loro inserimento ed impegno sociale.

Si tratta di famiglie che magari, dopo contraddizioni, e talvolta liti e diverbi quotidiani, ritrovano in Cristo le ragioni di un intenso perdono da vivere, e diventano “profumo della vita buona del Vangelo”, irradiando così i condomini, i paesi, e le città.

Tutto questo va però sostenuto dalla comunità cristiana con forza. C’è stato, nel documento degli Orientamenti per il decennio, un chiaro impegno dei Vescovi Italiani in tal senso.

Non si tratta solo di promuovere nelle comunità parrocchiali la nascita di Gruppi per giovani sposi e di chiari itinerari di fede in chiave nuziale, ma di rendere le comunità cristiane una vera “Famiglia di famiglie”, come viene precisato nel documento sull’Educazione:

La famiglia va dunque amata, sostenuta e resa protagonista attiva dell’educazione non solo per i figli, ma per l’intera comunità. Deve crescere la consapevolezza di una ministerialità che scaturisce dal sacramento del matrimonio e chiama l’uomo e la donna a essere segno dell’amore di Dio che si prende cura di ogni suo figlio. Corroborate da specifici itinerari di spiritualità, le famiglie devono a loro volta aiutare la parrocchia a diventare «famiglia di famiglie».[5]

C’è quindi una ministerialità specifica degli sposi che va stimolata e, se armoniosamente legata alla ministerialità di comunione dei presbiteri, può efficacemente edificare la comunità cristiana. L’orizzonte ci è dato da 1Pt 2,4-5 :

Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, 5quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. (1Pt 2,4-5)

Si tratta allora di rendere feconde, come fu per Abramo e Sara, queste “pietre”, attraverso Colui che ha la potente Grazia di trasformare delle pietre in “figli di Abramo” (cfr. Mt 3,9).

Intendo dire che tanti sacramenti del matrimonio, nelle nostre comunità parrocchiali, non sono mai germogliati pienamente, in tutta la feconda potenza della Grazia sponsale.

In molti casi ci troviamo dinanzi ad una pastorale molto spinta sull’individuo e non sulla Grazia sponsale dei coniugi. In altri casi vi sono gruppi di sposi che sono un’elitè, ristretta a pochi membri.

Occorrono allora vie differenziate per coinvolgere gli sposi già presenti nelle varie associazioni, movimenti, e nuove comunità, e per arrivare ad avvicinare anche coloro che da tempo si sono allontanati dalla comunità ecclesiale.

È evidente che per quanto riguarda l’accompagnamento dei fidanzati, la cosiddetta “preparazione immediata” è del tutto insufficiente e occorre una rinnovata fantasia pastorale per accompagnare le giovani coppie nel loro itinerario nuziale.

Oltretutto, molti arrivano a chiedere il matrimonio dopo un tempo consistente di convivenza.

La fatica del “per sempre”: si diventa grandi in fretta, ma non si cresce mai

Appare infatti sempre più diffusa la difficoltà di assumere decisioni stabili e operare scelte di vita decisamente orientate. Da una parte le giovani generazioni sono sovra-stimolate e già da piccoli si è molto più autonomi di un tempo. L'abilità di immergersi nel mondo tecnologico fa presto illudere di essere già grandi.

Quindi, crescendo, si rincorrono ideali di autonomia attendendo con ansia i diciotto anni. È come se fosse necessario un riconoscimento pubblico del fatto di non dovere più dipendere dalle decisioni dei genitori.

Quando però la maggiore età è sopravvenuta, continuano a passare gli anni, ma non si riesce a “prendere il volo”. Si cerca allora di procrastinare il più possibile l'abbandono definitivo della casa dei genitori.

In tal senso si stanno diffondendo molto le cosiddette convivenze del week-end, che non rientrano nei numeri ufficiali. Per molti poi, si finisce per andare a convivere in modo permanente, quasi per caso.

Spesso si fa risalire questa tendenza a difficoltà di tipo economico, alla precarietà lavorativa, ai costi ingenti delle case. Va però precisato che tali tipi di difficoltà erano molto più diffuse nelle generazioni precedenti, come ad esempio quella del dopo-guerra.

Probabilmente le motivazioni più che nell'esterno, vanno ricercate nell'interno del cuore umano.

La paralisi del desiderio

Sembra quasi che i grandi desideri restino come paralizzati e non si riesca a formulare un vero “progetto di vita”. Difficilmente si va a convivere avendo un progetto. Spesso è una decisione spinta dalle circostanze e da un'abitudine acquisita pian piano nel frequentarsi.

Si cede talvolta alle distanze date dalla mobilità lavorativa, o alla sensazione di inadeguatezza nel vivere ancora in casa con i propri genitori, nella fatica di trovarsi adulti, ma praticamente incapaci di fare “il salto”. La paura prende quindi il sopravvento sul desiderio.

Da una parte c'è infatti il desiderio di condividere la vita con la persona che si ama, dall'altra la paura di legarsi in modo definitivo alla persona da amare.

C’ è infatti, in questo caso, un qualcosa di sostanziale che manca e che è fondante per il futuro matrimonio: la promessa.

È la promessa di Dio da accogliere che muove la promessa fra i due fidanzati e che apre ad una progettualità sponsale nell’orizzonte del disegno di Dio.

In chi convive non c’è mai stata questa promessa.

Restare sulla soglia

Se la casa è il segno della famiglia, possiamo quindi dire che si preferisce “stare sulla soglia”, piuttosto che farsi casa per la persona amata. Infatti, il segno delle nozze avvenute, è ancora, in molti casi, dato dallo sposo che porta sulle proprie braccia la sposa varcando la soglia di casa. Un segno che, nel caso dei conviventi è evidentemente indebolito, quasi falsato, dalla realtà vissuta fino al giorno prima.

Nella convivenza, infatti, si preferisce assaggiare, sperimentare, fare la prova, ritardando l'impegno, ma anche la gioia di gustare la pienezza nel “farsi uno” con la persona amata. C'è qui l'idea di lasciare la porta aperta e di poter abbandonare l'altro, o di essere abbandonati, come se questo fosse senza conseguenze e senza ferite, non avendo, in linea di diritto, stipulato nessun patto con l'altro.

Ecco perché la Chiesa è contraria al riconoscimento di forme deboli di vita sponsale. Infatti, come disse Benedetto XVI:

«Quando vengono create nuove forme giuridiche che relativizzano il matrimonio, la rinuncia al legame definitivo ottiene, per così dire, anche il sigillo giuridico. In tal caso il decidersi per chi già fa fatica, diventa ancora più difficile»[6].

I frantumi dell'unità corpo-anima

Dietro all'idea di convivere c'è tutto il peso della modernità che ha mandato in frantumi l'unità corpo-anima. Infatti, già nel caso dei rapporti pre-matrimoniali appare il segno falsato di un'unità della coppia, che in realtà tra i due non c'è in modo definitivo.

Quando questi rapporti sono poi “cronicizzati” in una esperienza di convivenza, il segno appare ancora più indebolito, perché è contornato da arredi, suppellettili della casa, talvolta anche conti in banca, unificati, in un progetto di vita che manca.

Così lo spirito umano dell'uomo non si è unito allo spirito della donna, mentre i loro corpi si uniscono. Si condividono gli utensili, ma non si condividono le anime. Si è dato in prestito il proprio corpo, talvolta anche la propria casa, ma non si è fatto dono totale di sé all'altro. C'è una forte differenza tra dare in prestito qualcosa di proprio, oppure donarsi totalmente all'altro in una consegna reciproca, come nel caso del matrimonio, come afferma Giovanni Paolo II in Familiaris Consortio al n. 11 :

«La sessualità, mediante la quale l'uomo e la donna si donano l'uno all'altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l'intimo nucleo della persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano solo se è parte integrante dell'amore con cui l'uomo e la donna si impegnano totalmente l'uno verso l'altra fino alla morte».[7].

Il trapezio senza rete

In una coppia che convive c'è l'immagine di due che si lanciano nel trapezio, ma senza una rete che li sostenga insieme.

Spesso poi, durante la convivenza nasce un figlio, che risveglia il desiderio assopito di unità piena tra i due. Molte volte è proprio la donna che, con la maternità, torna a sollecitare nell'uomo la scelta sponsale. Oramai però il rapporto ha consumato l'attesa e, spesso si giunge al matrimonio, evidentemente demotivati e indeboliti nel desiderio.

Infatti, è proprio l'attesa che fa crescere il desiderio; ma, in questo caso l'attesa è come se fosse stata bruciata dal fingere una vita matrimoniale. Come ha affermato Benedetto XVI all’incontro con i fidanzati durante il Congresso eucaristico ad Ancona:

“Non pensate, secondo una mentalità diffusa, che la convivenza sia garanzia per il futuro. Bruciare le tappe finisce per "bruciare" l’amore, che invece ha bisogno di rispettare i tempi e la gradualità nelle espressioni; ha bisogno di dare spazio a Cristo, che è capace di rendere un amore umano fedele, felice e indissolubile”.[8]

Accompagnare in una nuova scoperta

Quando una giovane coppia si presenta dal Parroco per la pratica matrimoniale, dopo un tempo di convivenza, quella spesso è la prima occasione, dopo molti anni, di riavvicinamento alla comunità ecclesiale: occasione unica!

Talvolta questo accade molto tempo prima, anche un anno prima, della data delle nozze. C'è infatti la questione della prenotazione del ristorante e di fissare la disponibilità della chiesa dove si svolgerà la celebrazione. Di solito, in questi casi, il sacerdote si trova nell'imbarazzo di avere dinanzi chi crede di sapere già tutto sulla vita sposale.

Ecco perché il Parroco non può essere lasciato solo in questa fase; occorre quindi prima di tutto rendere l'intera comunità parrocchiale consapevole dell'importanza dell'accompagnamento dei fidanzati.

Il Parroco, infatti, non può rimandare via quei fidanzati, dopo aver fissato la data in agenda, dicendo loro di tornare qualche mese prima del matrimonio. Soprattutto non può essere solo in questa fase, ma magari può presentare a quei fidanzati una “coppia angelo”, cioè una coppia di sposi che divengano veri e propri “angeli custodi”, o meglio dei tutor, che incoraggino ad esplorare la bellezza del sacramento del matrimonio.

Proprio attraverso la piccola chiesa domestica quei fidanzati, talvolta già conviventi, possono essere aiutati a ri-avvicinarsi gradualmente alla Chiesa.

Formare coppie di animatori per fidanzati

Occorre quindi aiutare l'intera comunità parrocchiale a divenire consapevole che le giovani coppie sono il futuro della Chiesa e c’è bisogno di investire risorse ed energie su di loro. Se c'è questa consapevolezza, apparirà presto evidente la necessità di formare gli operatori. È importante infatti, che nascano vere e proprie Scuole per Animatori Parrocchiali di Fidanzati, ma occorre anche un autentico cambiamento di mentalità, una vera conversione pastorale.

Non si tratta solo della preparazione immediata al matrimonio, ma di creare, nelle parrocchie, l’occasione per una pastorale del tempo del fidanzamento, un attento accompagnamento nell'educazione all'amore, che possa estendersi anche ai primi anni di matrimonio, che sono spesso i più critici.

Per questo non occorrono coppie perfette, ma coppie esperte della loro debolezza e della Grazia feconda del sacramento: coppie che siano realmente piccola “chiesa domestica”, casa accogliente per coloro che stanno dispiegando le ali e tremanti si gettano nella grande avventura dell’amore nuziale.

Alle sorgenti della Parola

Qualche anno fa ho avuto il dono di vedermi consegnare come rappresentante dei Parroci che sono in Italia, dall'allora Segretario dei Vescovi Italiani, il nuovo Rito del Matrimonio. Non è a caso che, nel secondo capitolo, dove si offre la celebrazione delle nozze per coloro che da tempo non vanno a Messa, al termine c’è la consegna della Bibbia, invitando la coppia ad un cammino sulla Parola, nell’attesa di un riavvicinamento all’Eucarestia.

Si possono infatti vedere le Sacre Scritture come una grande parabola nuziale.

La Bibbia, infatti, si apre con una coppia, in Genesi, primizia della creazione dell’umanità, e si chiude con le nozze dell’Agnello, nell’Apocalisse, quando la Sposa è pronta. È l’orizzonte della redenzione che attende l’umanità ferita dal peccato.

Occorre aprire questo orizzonte alla coppia di fidanzati che si presenta dinanzi al parroco, e pensa di far solo dei fogli di carta, come se il matrimonio fosse una burocrazia. Quella coppia sta dentro questa parabola, tra la coppia ferita dal peccato e la coppia redenta dell’Apocalisse.

Il Nuovo Rito del Matrimonio, che prevede le invocazioni dei santi, che un tempo erano riservate alle ordinazioni sacerdotali, ci offre un bellissimo elenco di coppie di santi sposi. Questo ci dice che chi si sposa in Cristo entra in una catena di santità. Maria e Luigi Beltrame Quattrocchi, i coniugi che Giovanni Paolo II ha proclamato Beati, ne sono un segno. Maria, in particolare, aveva una confidenza speciale con la Parola di Dio.

È importante far percepire a quella coppia di conviventi, che per anni hanno gestito da soli il loro rapporto, che non sono più soli, ma hanno intorno il sostegno di tanti fratelli, qui sulla terra e nel cielo.

Luci di speranza per la famiglia ferita

L’altro segnale che riceviamo in questo tempo è la dolorosa questione del notevole aumento dei divorzi nel nostro Paese. Sappiamo anche che, per quanto riguarda l’aspetto pastorale, le situazioni più difficili sono rappresentate da chi ha intrapreso una nuova unione. Già, all’inizio del suo Pontificato, il 24 Luglio 2005, in un incontro dai toni familiari con il Clero di Aosta, il Santo Padre Benedetto XVI, su questo particolare argomento, si era espresso con queste parole :

Sappiamo tutti che questo è un problema particolarmente doloroso per le persone che vivono in situazioni dove sono esclusi dalla comunione eucaristica e naturalmente per i sacerdoti che vogliono aiutare queste persone ad amare la Chiesa, ad amare Cristo. (…) È importante che il parroco e la comunità parrocchiale facciano sentire a queste persone che, da una parte, dobbiamo rispettare l'inscindibilità del Sacramento e, dall'altra parte, che amiamo queste persone che soffrono.[9]

Questo orizzonte è stato successivamente delineato dal Santo Padre con maggior chiarezza nell’invito,che più volte ci ha offerto, sollecitandoci a coniugare Verità e Carità, nell’annuncio di Cristo.

Quest’attenzione è particolarmente opportuna in questo momento storico, dove, ad una chiarezza e sapienza delle indicazioni del Magistero della Chiesa a tal riguardo, corrisponde, nella prassi ecclesiale, la percezione del verificarsi, talvolta, di una qualche diversità di comportamenti, che alimenta il diffondersi di una certa confusione.

Il relativismo della cultura contemporanea

È evidente, infatti, che il relativismo non solo permea il clima culturale contemporaneo, ma talvolta rischia di intaccare il nostro stesso agire ecclesiale. Già il Cardinale Ratzinger, pochi giorni prima della sua elezione a Pontefice, ci aveva messo in guardia su questo aspetto : “Il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie.

Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. É lui la misura del vero umanesimo. “Adulta” non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo. É quest’amicizia che ci apre a tutto ciò che è buono e ci dona il criterio per discernere tra vero e falso, tra inganno e verità. Questa fede adulta dobbiamo maturare, a questa fede dobbiamo guidare il gregge di Cristo. Ed è questa fede - solo la fede - che crea unità e si realizza nella carità”
.[10]

Benedetto XVI, in modo appropriato, è chiamato comunemente “teologo e pastore”. È proprio questa duplice competenza che emerge nel suo Ministero.

La questione infatti, tocca in modo particolare la fede perché, nel caso della dolorosa esclusione dall’accesso ai sacramenti, per coloro che hanno acquisito una nuova unione, il punto da mettere in chiaro è proprio l’indissolubilità del matrimonio, o, meglio ancora, la fede nell’ indissolubilità del matrimonio.

Se infatti risulta chiaro che c’è un sacramento valido, che nella prassi è stato infranto, giacché si è acquisita una nuova unione, è facilmente comprensibile che non si possa accedere a una presenza sacramentale di Cristo quale l’Eucarestia.

Non ci può essere un sacramento del matrimonio, infranto nella prassi da una parte, e che quindi non manifesta più in pieno la presenza di Cristo, e l’unione con la comunione eucaristica, che è presenza di Cristo, dall’altra.

Le stesse mani del sacerdote che consacrano il pane ed il vino sono del tutto impotenti, un attimo dopo la consacrazione, nel far tornare le specie eucaristiche allo stato precedente.

C’è una realtà che è cambiata nella sostanza e che non possiamo mutare più.

Tutto questo, a meno che non ci siano motivi, nel caso dei divorziati, per avviare un processo presso la Rota che, verifichi la validità di quel matrimonio, ed eventualmente dimostri che quel matrimonio sacramento non si è mai realizzato, cioè non c’è mai stato.

La questione di fondo è quindi l’indissolubilità di quel matrimonio, cioè la verità di quel sacramento, che non possiamo decidere noi.

È questo il vero tarlo del relativismo contemporaneo: ritenere che stia a noi decidere o meno la realtà di un sacramento, che invece non sta nelle nostre possibilità mutare.

E se il relativismo, nelle sue intenzioni, avrebbe tentato di liberare l’uomo da regole, leggi, principi, in realtà ha finito per depredarlo di una piena libertà, privandolo di punti di riferimento chiari, e abbandonandolo naufrago nel mare delle incertezze.

Infatti, “una volta che si è tolta la verità all'uomo, è pura illusione pretendere di renderlo libero. Verità e libertà, infatti, o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono”.[11]

Chi ha il senso della storia sa che il teologo Ratzinger era fra i consulenti più autorevoli, sul piano della dottrina, per il Beato Giovanni Paolo II.

Sull’onda di questi due Pontefici, dunque, non possiamo abdicare alla Verità.

È come dire che solo la Verità rende pienamente liberi (cfr. Gv 8,32), perché introduce nella realtà, e i sacramenti sono una reale presenza di Cristo.

Tornando allora al punto iniziale e consapevoli della grande sofferenza che provoca la separazione, oltre che nei coniugi, nei figli che sono vittime innocenti, ci proviamo a domandare come la comunità cristiana può accompagnare i fidanzati e la capacità richiesta per sposarsi.

La capacità richiesta per sposarsi

Sappiamo che il sacramento del matrimonio richiede un consenso libero che rispetti i principi di unità ed indissolubilità e sia aperto alla totalità del dono di sé. È proprio questa capacità di dono di sé e di piena consapevolezza di ciò che si vive quando si celebrano le nozze, che ha necessità di trovare un reale sostegno all’interno della comunità cristiana.

È dal rapporto tra sacerdozio battesimale dei laici e sacerdozio dell'Ordine che nasce una comunità Famiglia di famiglie, Famiglia anche di chi è senza famiglia.

Il Santo Padre nella sua preziosa Enciclica, al n. 54 di “Caritas in Veritate” dice che la Famiglia è ad immagine della Trinità, e poi fa un bellissimo paragone:

“Come l'Amore sacramentale tra i coniugi li unisce spiritualmente in "una carne sola" e da due che erano fa di loro un'unità relazionale e reale, analogamente la verità unisce gli spiriti tra loro e li fa pensare all'unisono, attirandoli e unendoli a sé”.[12]

C'è quindi una missione importante dei sacerdoti e delle famiglie all'interno della comunità ecclesiale: quella di annunciare il Vangelo del matrimonio e della famiglia.

Vorrei però precisare che qui non sto parlando di sacerdoti o di famiglie perfette, ma di pastori e coniugi in continuo stato di conversione.

Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza (cfr. Rom 8,26)

Tutto questo infatti non si realizza con coppie di sposi fiere della loro forza, anzi “chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere”(cfr.1 Cor 10,12), ma con coloro che a partire dalla propria debolezza, nelle ali dello Spirito, possono offrire aiuto agli altri.

La società attuale non sostiene il matrimonio e vivere nell’orizzonte della fedeltà coniugale, in ogni suo aspetto, è sempre più difficile.

Occorre allora spalancare le porte del cuore all’incontro fra la potenza dello Spirito e la nostra umana debolezza.

Oggi il peso dei ritmi lavorativi, la pressione della crisi economica, e la fatica nell’accompagnamento educativo dei ragazzi e degli adolescenti sta mettendo a dura prova molte famiglie.

Occorre allora tornare ad offrire l’abbraccio della Trinità a tanti sposi feriti da avvenimenti difficili e sentimenti contrastanti, o che magari hanno smarrito la speranza.

Noi però abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi. 8In tutto, infatti, siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; 9perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, 10portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. (2 Cor 4,7-10)

La ferita come feritoia

Vorrei allora, a questo proposito, concludere con un’esperienza particolare, quella di un figlio disabile che aiuta il proprio genitore a ritrovare la speranza.

È la storia di Marco (il nome è immaginario, ma la storia è vera) che è un bambino che, probabilmente per un errore dei medici, nello sviluppo ha gravi menomazioni. Non riesce a imparare a parlare e non sa coordinare i movimenti.

Fin da piccolo però, manifesta un’intelligenza vivace che solo chi sa comunicare con il cuore riesce a cogliere.

La mamma gli vuole un bene enorme, ma il papà non riesce ad accettare che suo figlio, il suo unico figlio viva così. Spera in un miracolo; si convince che al momento della pubertà cambierà qualcosa e il suo bambino tornerà normale.

Ma così non accade.

E quando Marco ha 14 anni, una notte, il papà se ne va di casa portandosi tutti i risparmi e lasciando la moglie nella più totale disperazione.

Lei era infermiera, ma non aveva mai esercitato, ed ora si ritrova senza soldi, senza lavoro e con un figlio che ha bisogno di assistenza continua.

Così, la madre si dispera e, davanti al ragazzo, parlando con un’amica, inveisce contro il padre. Marco cerca di dire qualcosa ma non riesce.

Allora, con fatica va nella sua stanza e inizia un lungo lavoro alla tastiera del computer. A lui occorre moltissimo tempo perché continuamente, non riuscendo a coordinare i movimenti, sbaglia i tasti.

Finché fa segno alla mamma di venire e lei legge sul monitor questa scritta: “quando ti deciderai a vedere, oltre il volto del crocifisso, quello del risorto?”.

La madre li per lì si sente ferita, arrabbiata, non compresa.

La notte non dorme finché nel culmine del suo Getsemani invoca l’aiuto dello Spirito e si addormenta esausta.

Al risveglio, con una serenità interiore che ha l’aria del miracolo, si veste in fretta e inizia a girare gli ospedali della sua provincia, e dopo una settimana è assunta come infermiera nell’ospedale della sua città.

Così la ferita diventa feritoia e la famiglia di questo ragazzo rinasce dalla sua stessa debolezza attraverso la fecondità dello Spirito.

Possiamo allora sperare che le buone famiglie che abbiamo nelle nostre comunità divengano quella feritoia che apre luci di speranza per chi si sta preparando a dire il “si per sempre” nel sacramento del matrimonio.

[1] cfr. Z. Bauman, Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, Laterza , Roma-Bari 2010 XI

[2] Benedetto XVI , discorso alla Rota Romana, Città del Vaticano, 22 gennaio 2011

[3]ibidem

[4]Cfr. Concikio Vaticano II, Costituzione dogmatica Gaudium et Spes n.48

[5]CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Educare alla vita buona del Vangelo. Orientamenti pastorali dell’Episcopato italiano per il decennio 2010-2020, 4 ottobre 2010, n. 38.

[6]Benedetto XVI, Discorso alla Curia Romana in occasione della presentazione degli auguri natalizi, (22 dicembre 2006).

[7] Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 11; cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, 2361.

[8] BENEDETTO XVI, discorso in occasione dell’Incontro con i fidanzati, Ancona, 11 settembre 2011.

[9] Benedetto XVI, Discorso al Clero di Aosta, 24 Luglio 2005.

[10]Omelia del Cardinale Joseph Ratzinger alla S. Messa pro-eligendo Romano Pontefice, 18 Aprile 2005.

[11] Giovanni Paolo II, Fides et Ratio n.90

[12] Benedetto XVI, Caritas in Veritate n. 54

Saluto del Moderatore S. Ecc. Rev.ma Mons. Francesco Cacucci

TRIBUNALE ECCLESIASTICO REGIONALE PUGLIESE

CERIMONIA DI INAUGURAZIONE
DELL 'ANNO GIUDIZIARIO

Bari 10 marzo 2012
Saluto dell'ARCIVESCOVO MODERATORE

Un cordiale saluto a tutti voi, che avete gentilmente accolto l’invito a partecipare all’Inaugurazione dell’Anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese.

Il mio deferente pensiero va innanzitutto alle Autorità presenti, sempre così attente alla vita della comunità ecclesiale in tutte le sue espressioni. La sintonia istituzionale che si realizza sul territorio è motivo di speranza affinché il bene comune sia perseguito, tutelato e affermato come suprema istanza delle rispettive responsabilità.

Un cordiale benvenuto ai Rappresentanti del Tribunale Ecclesiastico di Appello di Benevento. Conosco il rapporto di collaborazione sempre intenso e fruttuoso che nel tempo cresce e si rinsalda con sempre maggiore armonia. I fedeli che si rivolgono ai nostri Tribunali non possono che trovare giovamento in questa sinergia di intenti e di azione. Saluto altresì i rappresentanti del Tribunale di Albania. Sono lieto di costatare che anche il loro lavoro, ormai ben avviato, inizia a dare frutti per i cari fratelli dell’altra sponda dell’Adriatico.

Il solenne Atto che oggi insieme celebriamo, oltre ad essere un rito ormai consolidato negli anni, mi dà la possibilità di manifestare sincera gratitudine ad una Istituzione pastorale che, con discrezione e laboriosità, opera per il bene dei fedeli. L’impegno di tutti gli operatori del nostro Tribunale sarà illustrato dal Vicario Giudiziale, Mons. Luca Murolo, il quale con pazienza e lodevole scrupolo accompagna e presiede efficacemente il lavoro di una struttura ben articolata. A lui e a tutti gli operatori della Giustizia ecclesiastica, il mio personale e grato plauso, anche a nome di tutti i Confratelli dell’Episcopato pugliese.

Un grazie sincero a Mons. Paolo Gentili, Direttore dell’Ufficio Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana per la Pastorale della Famiglia, che ha accettato di tenere la Prolusione in questa circostanza. La sua stessa presenza ed il tema da lui proposto sono il segno emblematico della vocazione autenticamente pastorale e pienamente ecclesiale dell’impegno giudiziario. Sottolineo il fatto che questa vocazione viene costantemente coltivata dagli operatori del nostro Tribunale, i quali sono in proficuo contatto con tutte le realtà ecclesiali che, in modi diversi, si occupano e si preoccupano della famiglia.

Mi piace, in questa circostanza, riprendere le sollecitazioni che il Santo Padre, Benedetto XVI ha voluto offrire attraverso la Sua annuale allocuzione, tenuta il 21 gennaio scorso, in occasione dell’inaugurazione dell’Anno giudiziario della Rota Romana. In quella circostanza il Papa ha voluto richiamare ai Reverendissimi Padri rotali l’Anno della fede da Lui stesso indetto per l’anno in corso, nel cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II. Fede e diritto, dunque; un binomio non sempre compreso, ma che, invece, trova una sua sintesi perfetta nella bimillenaria tradizione della Chiesa.

Il Santo Padre lo ricorda con chiarezza fin dall’inizio della citata Allocuzione: «il diritto canonico trova nelle verità di fede il suo fondamento e il suo stesso senso, … la lex agendi non può che rispecchiare la lex credendi». La tentazione corrente, infatti, e non solo in ambito canonico, è la eccesiva positivizzazione della norma. A questo proposito, il Papa ricorda che: «qualora si tendesse a identificare il diritto canonico con il sistema delle leggi canoniche, la conoscenza di ciò che è giuridico nella Chiesa consisterebbe essenzialmente nel comprendere ciò che stabiliscono i testi legali. A prima vista questo approccio sembrerebbe valorizzare pienamente la legge umana. Ma risulta evidente l'impoverimento che questa concezione comporterebbe: con l’oblio pratico del diritto naturale e del diritto divino positivo, come pure del rapporto vitale di ogni diritto con la comunione e la missione della Chiesa, il lavoro dell’interprete viene privato del contatto vitale con la realtà ecclesiale». La realtà ecclesiale, dunque, nel suo complesso è la culla nella quale ogni credente opera, nutrito dell’unica linfa vitale che dà vita all’intero corpus ecclesiale: la fede, appunto.

Benedetto XVI ricorda opportunamente che la legge canonica: «non può essere rinchiusa in un sistema normativo meramente umano, ma deve essere collegata a un ordine giusto della Chiesa, in cui vige una legge superiore. In quest’ottica la legge positiva umana perde il primato che le si vorrebbe attribuire, giacché il diritto non si identifica più semplicemente con essa; in ciò, tuttavia, la legge umana viene valorizzata in quanto espressione di giustizia, anzitutto per quanto essa dichiara come diritto divino, ma anche per quello che essa introduce come legittima determinazione di diritto umano».

La legge, dunque, va incontro alla fede, da essa viene vivificata e da essa riceve verità e autorevolezza, in particolare, nell’ambito delle questioni matrimoniali. Così, infatti, il Papa conclude: «Queste riflessioni acquistano una peculiare rilevanza nell'ambito delle leggi riguardanti l’atto costitutivo del matrimonio e la sua consumazione e la ricezione dell’Ordine sacro, e di quelle attinenti ai rispettivi processi. Qui la sintonia con il vero senso della legge della Chiesa diventa una questione di ampia e profonda incidenza pratica nella vita delle persone e delle comunità e richiede una speciale attenzione».

È un impegno che affidiamo, in particolare, a tutti gli operatori della giustizia ecclesiastica per il bene supremo delle anime che attingono al ministero giudiziale della Chiesa.

Mentre rinnovo il mio ringraziamento per la qualificata presenza, auguro a tutti buon ascolto.

Francesco Cacucci
Arcivescovo di Bari-Bitonto
Moderatore del T.E.R.P.

Relazione Mons. Luca Murolo, Vicario Giudiziale TERP

TRIBUNALE ECCLESIASTICO REGIONALE PUGLIESE

BARI

Relazione dell’attività dell’anno 2006

In occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2007

10 Febbraio 2007

Eccellenze Reverendissime,

OnorevoliAutorità,

Illustri Magistrati del Foro civile,

Illustri Autorità accademiche,

Illustri Avvocati,

Signore e Signori

1) Porgo il mio vivo e cordiale saluto e il mio ringraziamento a tutti voi che onorate con la vostra presenza questa cerimonia di inaugurazione ufficiale dell’anno giudiziario del nostro Tribunale Regionale.

Saluto l’Arcivescovo S.E. Mons. Francesco Cacucci, Presidente della Conferenza Episcopale Pugliese e Moderatore del Tribunale. In questa occasione sento il dovere, a nome di tutti gli Operatori del Tribunale, di ringraziarLo per l’attenzione costante al lavoro che si svolge nel Tribunale. Tale attenzione per tutti noi è motivo di incoraggiamento.

Saluto anche il Vicario Giudiziale e i Giudici del Tribunale di Appello di Benevento, il M. R. Padre Aurelio Gjerkaj, Giudice del Tribunale Nazionale di Albania di cui il nostro Tribunale è sede di Appello. Egli rappresenta S.E. Mons. Angelo Massafra, Arcivescovo di Scutari e Pulc.

Saluto con deferenza e gratitudine le autorità civili e militari rappresentate dai più alti vertici.

Do il mio benvenuto al Reverendissimo Mons. Paolo Gentili, Direttore dell’Ufficio Nazionale della Conferenza Episcopale Italiana per la Pastorale della famiglia, il quale terrà la prolusione sul tema: “Il Sacramento del Matrimonio e l’azione pastorale per prevenire le nullità matrimoniali”.

2)È mio gradito compito presentare la Relazione dell’attività che il nostro Tribunale Regionale ha svolto durante l’anno 2011. Dalla lettura di essa e dall’esame dei dati che vengono riferiti si ha la possibilità di rendersi conto della situazione della amministrazione della giustizia per quanto riguarda le dichiarazioni di nullità di matrimonio nella nostra regione. Ritengo che sia una preziosa occasione, non tanto per soddisfare la curiosità ma per dare la possibilità, specialmente agli operatori pastorali, di riflettere in ordine alla situazione riguardante il matrimonio e la famiglia.

3)

Le Cause

A) Nel 2011 sono stati introdotti 216 nuovi libelli(lo stesso numero del 2010);

sono state concluse con decisioni 237 cause(14 in meno del 2010);

con dispensa super rato e non consumato 2 cause ne sono state archiviate 18;

al 31 Dicembre 2011 risultavano pendenti 476 cause(al 31 Dicembre 2010 risultavano pendenti 517 cause)

Delle cause concluse con decisione

191 si sono concluse affermativamente , cioè con la dichiarazione di nullità del matrimonio

46 si sono concluse negativamente , cioè con il riconoscimento della validità del matrimonio

B)

Le motivazioni principali:

Matrimoni dichiarati nulli:

- 81 per esclusione della indissolubilità;

- 81 per grave difetto di discrezione di giudizio e per incapacità ad assumere gli obblighi coniugali,
(iuxta can. 1095,n. 2 e n. 3);

- 49 per esclusione della prole;

- 37 per simulazione totale del consenso;

- 14 per esclusione della fedeltà;

- 7 per timore;

- 3 per dolo;

- 2 per esclusione del bonum coniugum;

- 6 per condizione;

- 2 per errore di qualità della persona direttamente e principalmente intesa
(iuxta can. 1097 § 2);

- 1 per impotenza;

- 1 per l'impedimento vincolo precedente


Durata della convivenza dopo la celebrazione:

dai 216 libelli presentati nel 2011 risulta che 181 unioni matrimoniali sono durate tra 7 giorni e 10 anni.

Annotazioni e considerazioni

Per quanto riguarda il numero delle cause introdotte è da notare che in questi ultimi anni c’è stata una stabilizzazione intorno a poco più di 200 cause e l’atteggiamento delle persone che si rivolgono al Tribunale è di fiducia nella Chiesa per ottenere una parola di pacificazione alla propria coscienza turbata dal riconoscimento di errori commessi prima del matrimonio.

Tutto questo deve indurre i sacerdoti impegnati nella pastorale giovanile, nella pastorale vocazionale e nella pastorale familiare e tutti gli operatori pastorali laici che, a vario titolo, collaborano in questi ambiti, a riflettere per intervenire in tempo onde prevenire gli errori e quindi le eventuali nullità matrimoniali.

Ecco qualche indice di riflessione sui dati riferiti.

*** Se si sommano i matrimoni dichiarati nulli per simulazione totale ( 37 ), per esclusione della indissolubilità ( 81 ), per esclusione della fedeltà ( 14 ) per esclusione della prole ( 49 ) e per l’esclusione del bonum coniugum ( 2 ) risulta che in 146 casi i nubendi sono andati al matrimonio non con retta intenzione, e al processetto matrimoniale, fatto poco più di un mese prima della celebrazione del matrimonio, non sono stati sinceri.

Pertanto è evidente la importanza della seria preparazione remota, prossima e immediata dei giovani alla celebrazione del matrimonio. Mons. Gentili approfondirà l’argomento nella sua relazione. E’ opportuno ricordare ciò che disse Papa Benedetto XVI il 22/1/2011 alla Rota romana:
“Tra i mezzi per accertare che il progetto dei nubendi sia realmente coniugale spicca l’esame prematrimoniale. Tale esame ha uno scopo principalmente giuridico: accertare che nulla si opponga alla valida e lecita celebrazione delle nozze. Giuridico non vuol dire però formalistico, come se fosse un passaggio burocratico consistente nel compilare un modulo sulla base di domande rituali. Si tratta invece di un’occasione pastorale unica - da valorizzare con tutta la serietà e l’attenzione che richiede – nella quale, attraverso un dialogo pieno di rispetto e di cordialità, il pastore cerca di aiutare la persona a porsi seriamente dinanzi alla verità su se stessa e sulla propria vocazione umana e cristiana al matrimonio…..In questo modo, con i vari mezzi a disposizione per una accurata preparazione e verifica, si può sviluppare un’efficace azione pastorale volta alla prevenzione delle nullità matrimoniali”.
I cosiddetti processetti prematrimoniali dovrebbero essere la relazione di quanto i nubendi hanno maturato durante il per-corso di riscoperta della fede e di esperienza di fede in cui si sono preparati alla celebrazione del sacramento del matrimonio, accompagnati dal sacerdote-parroco e da una coppia guida significativa.

***

Nel 2011 è stato dichiarato nullo un matrimonio per impedimento di vincolo precedente. Si è trattato di una persona, già sposata in chiesa e poi divorziata, che al parroco ha taciuto il suo stato e, purtroppo, nella documentazione esibita aveva presentato il certificato di battesimo senza l’annotazione del matrimonio già celebrato.

***

I casi di matrimoni dichiarati nulli per simulazione totale o parziale sono tanti. È bene che tutti sappiano che secondo l’art. 251 §2 dell’Istr. “Dignitas Connubii”, alla parte che è stata causa della nullità per simulazione e anche per dolo, il Tribunale, considerate tutte le circostanze del caso, appone il divieto di contrarre un nuovo matrimonio senza la previa consultazione dell’Ordinario del luogo in cui il nuovo matrimonio deve essere celebrato.

4)

L’ ATTIVITÀ DEI GIUDICI

Nell’anno 2011 sono state discusse 239 cause. Le cause pendenti (che al 31 Dicembre del 2010 erano state 517) al 31 Dicembre 2011 risultano 476.

Devo dare atto che i giudici e gli uditori, pur non trascurando le altre attività pastorali nelle rispettive diocesi, si sono impegnati con zelo, entusiasmo e passione in questo servizio dell’attività giudiziaria. Poiché il numero delle cause pendenti è ancora abbastanza alto, si auspica, per quanto possibile, la disponibilità di altri sacerdoti competenti ed equilibrati.

5)

L’ATTIVITÀ DEL NOSTRO TRIBUNALE COME SEDE DI APPELLO PER IL TRIBUNALE NAZIONALE DI ALBANIA

Durante l’anno 2011 è continuata l’attività del nostro Tribunale per l’esame e la definizione delle cause in appello dall’Albania. Poiché ci sono state difficoltà a ratificare con decreto una sentenza del Tribunale Albanese si è dovuto rinviare la causa all’ “esame ordinario” e pertanto il nostro giudice Ponente, per alcuni giorni si è recato in Albania per riascoltare l’attore e i testi perché il Collegio raggiungesse la certezza morale della nullità. La definizione avverrà in questo anno 2012.

6)

DIFENSORI DEL VINCOLO E PROMOTORE DI GIUSTIZIA

Il titolare dell’Ufficio di Difensore del Vincolo è Mons. Felice Posa. Egli si avvale della collaborazione di Difensori del Vincolo sostituti: 4 sacerdoti e 7 laici. Mons. Posa e i suoi collaboratori si sono impegnati con zelo e competenza. Anche nell’anno 2011 l’ufficio di Promotore di Giustizia è stato svolto da Mons. Felice Posa e, quando è risultato incompatibile perché impegnato come Difensore del Vincolo, l’incarico di Promotore di Giustizia è stato svolto dal Sac. Ignazio Pansini.

7)

I PATRONI STABILI

I Patroni Stabili del nostro Tribunale sono l’avv. Antonella Angelillo, l’avvocato rotale Concetta Farinato e l’avv. Francesca Maria Lorusso.

Secondo le Norme, ai Patroni stabili i fedeli possono rivolgersi per ottenere la consulenza canonica circa la loro situazione matrimoniale e per avvalersi del loro patrocinio. Il Patrono Stabile non riceve alcun compenso dai fedeli né per la consulenza, né per il patrocinio o la rappresentanza in giudizio perché alla retribuzione dei Patroni Stabili provvede il Tribunale, attingendo dalle risorse messe a disposizione dalla CEI.

Il servizio di consulenza, è avvenuto ordinariamente nella sede del Tribunale e, una volta al mese, nelle sedi delle Diocesi dei capoluoghi di provincia, in un ufficio delle rispettive Curie, così come stabilito dal nostro Regolamento.

L’avv. Angelillo per la provincia BAT nella sede della Curia di Barletta e di Andria, l’avv. Farinato nella sede della Curia di Foggia e di Brindisi, l’avv. Lorusso nella sede della Curia di Lecce, secondo un calendario che è stato reso noto ai Cancellieri delle rispettive Curie

I nostri Patroni Stabili durante l’anno 2011 hanno introdotto n. 39 libelli.

Intanto mi sembra necessario e doveroso ricordare che il Patrono stabile non è l’Avvocato d’ufficio, poiché alle situazioni di indigenza è possibile provvedere con il gratuito patrocinio assicurato dai liberi professionisti iscritti all’Albo, secondo un turno determinato dal Vicario Giudiziale.

8)

I COSTI E LA DURATA DELLE CAUSE

Forse per una non retta o “malevola” informazione, circolano notizie non vere riguardo ai costi delle cause per ottenere la dichiarazione di nullità del matrimonio. Tante persone, a motivo di false notizie, sono scoraggiate e hanno difficoltà, se non diffidenza, ad accostarsi al Tribunale.

Pertanto torno a ricordare, perché ne siano informati i parroci e tramite loro se ne faccia notizia, che il contributo delle parti alle spese processuali è il seguente:

la parte attriceche invoca il ministero del Tribunale, è tenuta a versare Euro 525,00 al momento della presentazione del libello;

la parte convenuta non è tenuta ad alcuna contribuzione, ove partecipi all’istruttoria senza patrocinio. Nel caso in cui nomini un patrono di fiducia o ottenga di usufruire dell’assistenza di un patrono stabile, è tenuta a versare Euro 262,50.

La durata delle cause,per il numero di esse e la disponibilità dei giudici, è non meno di due anni.

Certe volte i tempi si allungano quando, dovendo verificare la incapacità psicologica o psichica si rende necessaria la perizia di periti d’ufficio, psichiatri o psicologi che con serietà e competenza svolgono il loro lavoro professionale.

9)

LA CANCELLERIA E LA NUOVA SEDE DEL TRIBUNALE

L’impegno dei notai che hanno collaborato con il Cancelliere è stato notevole per l’assistenza ai Giudici, la sollecita e puntuale redazione dei fascicoli delle cause, la cura dell’archivio, la gestione amministrativa. Ad essi sento il dovere di esprimere la mia gratitudine profonda.

10)

CONCLUSIONE

Ai Giudici, agli Uditori, ai Difensori del Vincolo ai Promotori di Giustizia, al Cancelliere, ai valenti Avvocati, ai periti e a tutti coloro che a vario livello collaborano, auguro buon lavoro per il nuovo anno.

Sac. Luca Murolo
Vicario Giudiziale

Statistiche Anno 2011

Relazione al 31/12/2011

Cause introdotte
216
Cause archiviate
18
Rato
2
Cause decise
237

Decise

Affermative
191
Negative
46
Totale
237

Capi di nullità

Esclusione della indissolubilità
81 affermative
45 Negative
Esclusione della prole
49 affermative
29 Negative
Simulazione totale del consenso
37 affermative
31 negative
Incapacità ad assumere gli obblighi coniugali
46 affermative
20 negative
Incapacità di assumere gli obblighi coniugali
21 affermative
29 Negative
Defectus discretionis iudicii
35 affermative
27 negative
Timore
7 affermative
9 negative
Esclusione della fedeltà
14 affermative
15 Negative
Errore di qualità
2 affermative
3 Negative
Impotenza
1 affermative
0 Negative
Condizione
6 affermative
2 Negative
Esclusione del bonum conuigum
2 affermative
10 Negative
Dolo
3 affermative
4 Negative
Impedimento per vincolo precedente
1 affermative
0 Negative

La somma dei capi ammessi o respinti non corrisponde al numero delle sentenze affermative o negative in quanto alcune volte nella stessa sentenza il Tribunale si è pronunziato su più capi, alcuni dei quali vengono ammessi e altri respinti.

Diocesi di provenienza delle 216 cause introdotte nell'anno 2011

Altamura – Gravina – Acquaviva
6
Andria
5
Bari – Bitonto
27
Brindisi – Ostuni
25
Castellaneta
3
Cerignola - Ascoli Satriano
3
Conversano - Monopoli
18
Foggia - Bovino
11
Lecce
7
Lucera - Troia
8
Manfredonia - Vieste - S. Giovanni Rotondo
12
Molfetta - Ruvo - Giovinazzo - Terlizzi
8
Nardò - Gallipoli
14
Oria
13
Otranto
11
San Severo
3
Taranto
23
Trani - Barletta - Bisceglie
11
Ugento - Santa Maria di Leuca
8
TOT
264

TRIBUNALE ECCLESIASTICO REGIONALE PUGLIESE - BARI
ANNO 2011
PROFESSIONI DI

ATTORI
ATTRICI
CONVENUTI
CONVENUTE
AGRICOLTORE
3
2
1
ARTIGIANO
2
0
1
0
CASALINGA
0
15
0
22
COMMERCIANTE
5
5
15
4
COMMESSA
1
1
0
6
DISOCCUPATO
4
7
6
11
FORZE DELL' ORDINE/MILITARI
18
0
9
0
GUARDIA GIURATA
2
0
0
0
IMPIEGATO
15
22
15
16
IMPRENDITORE
5
1
6
2
INFERMIERE
1
6
2
3
INSEGNANTE
2
5
0
6
LIBERO PROFESSIONISTA
14
8
11
10
MAGISTRATO
0
1
0
0
MEDICO
7
2
2
2
MUSICISTA
1
0
3
0
OPERAIO
28
8
23
6
PARRUCCHIERA
0
1
0
5
PENSIONATO
1
0
0
1
STUDENTE
4
11
1
16
Non Riferito
5
3
3
6
TOTALE
117
99
99
117
ATTORI
117
ATTRICI
99
TOTALE PARTE ATTRICE
216
CONVENUTI
99
CONVENUTE
117
TOTALE PARTE CONVENUTA
216

Durata della convivenza matrimoniale delle coppie che hanno introdotto il libello nell’anno 2011

7 giorni
2
10 giorni
1
16 giorni
1
1 mese
3
1 mese e mezzo
2
2 mesi
4
3 mesi
2
4 mesi
4
5 mesi
2
6 mesi
5
7 mesi
5
8 mesi
5
9 mesi
1
10 mesi
3
11 mesi
2
1 anno
16
14 mesi
2
15 mesi
2
18 mesi
4
19 mesi
2
2 anni
29
3 anni
21
4 anni
24
5 anni
8
6 anni
13
7 anni
10
8 anni
7
9 anni
5
10 anni
5
11 anni
1
12 anni
2
13 anni
2
15 anni
3
16 anni
3
17 anni
3
19 anni
12
20 anni
1
21 anni
1
23 anni
1
24 anni
1
44 anni
1
Non riferite
6
Totale
216