Relazione S.E. Rev.ma Mons. Vincenzo Paglia

“Il bisogno di famiglia in un mondo che cambia”

Introduzione

Sono onorato di offrire qualche riflessione sulla famiglia in occasione dell’apertura del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese.

Il momento sinodale che la Chiesa sta vivendo rende questo nostro incontro particolarmente significativo, e incontri come questi si iscrivono a pieno titolo in questo itinerario sinodale che sta coinvolgendo l’intera Chiesa cattolica.

Papa Francesco ha voluto inaugurare un nuovo stile di celebrazione del Sinodo dei Vescovi.

Come sapete, lo ha avviato con un Concistoro (con la nota relazione del cardinale Kasper) cui è seguita una consultazione generale che aveva l’intento di mettere sul tappeto del dibattito tutte le questioni relative alla famiglia.

Da tale consultazione nacque l’Instrumentum laboris per il Sinodo Straordinario dell’ottobre scorso: è stata la prima tappa. Le conclusioni del Sinodo Straordinario – la Relatio finalis – sono state inviate nuovamente alle Chiese locali per un ulteriore approfondimento.

Si aspettano i risultati per poter redigere – entro il mese di giugno – il nuovo Instrumentum laboris per i lavori dell’assemblea sinodale dell’ottobre prossimo. E’ una modalità senza precedenti che mostra la decisione del Papa non solo di non voler nascondere nulla, ma di voler coinvolgere il più largamente possibile le Chiese locali su questo tema così delicato per la vita della società contemporanea.

A dire il vero, è stato già durante il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione che si è imposto il tema della Famiglia come soggetto della nuova evangelizzazione. Papa Francesco lo ha accolto e l’ha proposto come tema centrale del suo primo Sinodo.

La scelta risponde ad una lettura in profondità della situazione sia della Chiesa che della società contemporanea. In maniera sintetica direi che per la prima volta nella storia, si sta come scardinando quel trittico iniziale rappresentato da “matrimonio-famiglia-vita”, da sempre e giustamente ritenuto il motore della società umana.

E ciascuno pensa di ricomporlo a proprio piacimento: qualsiasi legame può essere chiamato matrimonio, qualsiasi forma di vita insieme può essere chiamato famiglia e i figli si possono fare anche il laboratorio.

Ebbene la Chiesa ha compreso in profondità quel che significa tale situazione per la vita della società. Dì qui la responsabilità di affrontare tale questione che non riguarda solo la Chiesa al suo interno ma l’impalcatura stessa dell’intero consesso umano.

Non è per caso che i temi del Sinodo abbiano suscitato un dibattito pubblico del tutto inimmaginabile agli organizzatori del Sinodo. In effetti, non stiamo trattando una questione interna alla Chiesa ma uno degli snodi cruciale dell’intera umanità contemporanea.

La famiglia e la società contemporanea

Una situazione paradossale

La situazione storica della famiglia contemporanea si presenta davvero paradossale: da un lato si attribuisce un grande valore ai legami familiari, sino a farne la chiave della felicità: i dati statistici rilevano che la famiglia è sentita dalla maggioranza delle popolazioni di tutti i paesi come il luogo della sicurezza, del rifugio, del sostegno per la propria vita. In Italia – per fare un solo esempio - circa l’80% dei giovani in età da matrimonio dichiarano di preferire il matrimonio, solo il 20% opta per la convivenza; di questo 20% sembra che solo il 3% considera la convivenza una scelta definitiva, l’altro 17% la pensa transitoria in attesa del matrimonio. E’ a dire che la stabilità coniugale resta un valore importante e un’aspirazione profonda, anche se la convinzione di stare insieme “per sempre” ha sempre meno dignità culturale, anzi si ritiene che sia di fatto impossibile. Dall’altro, la famiglia è divenuta il crocevia di tutte le fragilità: i legami vanno a pezzi, le rotture coniugali sono sempre più frequenti e, con esse, l’assenza di uno dei due genitori. E vediamo che le famiglie si disperdono, si dividono, si ricompongono, tanto da poter affermare senza esagerazione che “la deflagrazione delle famiglie è il problema numero uno della società odierna”. Per di più si stanno moltiplicando le forme di famiglia. La famiglia non è negata, ma viene posta accanto a nuove forme di vita e di esperienza relazionale che sono apparentemente compatibili con essa, anche se in verità la scardinano. E i dati già dimostrano l’affermarsi di una sorta di circuito disincentivante verso il fare famiglia.

Processo di “individualizzazione” della società L’orizzonte culturale nel quale si pone la questione della famiglia è rappresentato da quel processo di “individualizzazione” della società che studiosi come Gilles Lipovetsky, noto filosofo francese contemporaneo, chiama la “seconda rivoluzione individualista”. Una tendenza peraltro che si trova spesso smentita dalla realtà che rimane ancora salda nella prospettiva familiare. Tuttavia è bene essere consapevoli di questa tendenza che, soprattutto nel mondo occidentale, cerca in ogni modo di guadagnare terreno nella mente della maggioranza. Naturalmente non si vuole demonizzare quella dimensione di valorizzazione del “soggetto” che ha portato tanto beneficio alla soceità contemporanea. Ma l’esaperazione di essa, accompagnata da una sottovalutazione dei valori comunitari, porta ad un’affermazione illimitata del soggetto. La società, in effetti, sembra divenire sempre più un coacervo di individui, ove l’io prevale sul noi e l’individuo sulla società, i diritti dell’individuo prevalgono su quelli della famiglia. In tale orizzonte, la coabitazione si preferisce al matrimonio, l’indipendenza individuale alla dipendenza reciproca. Sembra opinione comune che il regno dell’individuo possa realizzarsi solo sulle ceneri della famiglia. Quest’ ultima, in una sorta di ribaltamento, più che “cellula base della società” viene concepita come “cellula base per l’individuo”. La stessa coppia matrimoniale è pensata solo in funzione dei singoli componenti: ciascuno di essi cerca la propria singolare realizzazione e non la creazione di un “noi”, di un “soggetto plurale” che trascende le individualità senza annullarle, anzi, rendendole più autentiche, più libere e più re-sponsabili. L’io, nuovo padrone della realtà, lo è anche della famiglia. L’amico Giuseppe De Rita giunge a parlare di “egolatria”, di un nuvo culto dell’io, sul cui altare si arriva a sacrificare ogni cosa, anche gli affetti più cari. La famiglia ha valore finché è piacevole. La stessa legislazione civile riflette questo primato dell’individuo. La libertà del singolo è percepita a servizio della felicità di colui che ne gode. Ripeto, l’individualizzazione dei diritti (quelli fondamentali, dell’uomo, dei minori ecc.) è un progresso indiscusso, ma oggi il rischio che i diritti individuali prevalgono sulla coesione sociale, è un rischio reale. E comunque si richiede una riflessione più attenta. Non voglio invadere il campo canonico, ma non pochi canonisti – dopo che si è passati dal solo bomnum prolis al più ampio bonum coniugum - si stanno interrogando sul tema dei diritti della famiglia, se esista una bonum familiae. Il termine “famiglia”, nel Codice di Diritto Canonico è presente forse una sola volta. Alcuni studiosi esaminano tale prospettiva. Ma al di là di questo, quel che mi preme sottolineare è la tendenza nella società contemporanea alla crescita numerica di famiglie "unipersonali". Se per un verso si assiste al disfacimento delle famiglie tradizionali (padre-madre-figli), dall’altra crescono famiglie formate da una sola persona. Ciò significa che la diminuzione del numero dei matrimoni religiosi e civili non si traduce nella formazione di altre forme di convivenza, come ad esempio le cosiddette coppie di fatto, bensì nell’aumento di persone che scelgono di vivere da sole. Questo porterebbe a concludere che qualsiasi legame che comporti un impegno duraturo viene considerato insopportabile. L’esaltazione assoluta dell’individuo porta alla dissoluzione di quei vincoli che siano minimamente saldi e duraturi. Questo comporta la scelta di edificare una società che chiamo de-familiarizzata, ossia con un basso tasso di sociabilità. Insomma, una cultura individualista di questo tipo comporta l’indebolimento di tutti i legami e tinge di incertezza il presente e il futuro tanto delle persone quanto delle stesse società. Zigmunt Baumann fotografa questa situazione quando definisce la società contemporanea come una “società liquida”. Nessuno può fidarsi di nessuno: tutto è liquido, la cosa più solida è la sabbia. Le relazioni stabili sono considerate impossibili; non vale la pena nemmeno di cercarle. E se, nel fondo dell’animo, esiste il desiderio di stabilità, esso viene sradicato non appena esce allo scoperto. E’ un enorme problema culturale, che diviene politico, economico, sociale e anche religioso.

La famiglia nel cuore dello sviluppo umano La famiglia, intesa come padre-madre-figli, deve riguadagnare il cuore della cultura. Va perciò riportata nel cuore del dibattito. La società globalizzata potrà trovare un futuro umanistico se e nella misura in cui sarà capace di promuovere una cultura della famiglia che la ripensi come nesso vitale tra la felicità privata e la felicità pubblica. Si deve affermare con coraggio, comunque, che la famiglia non è morta. Nonostante il difficilissimo momento che sta traversando, resta nei fatti la risorsa più importante delle società contemporanee. La famiglia è unica nella sua capacità generatrice di relazioni. Nessun altra forma sociale ha le sue potenzialità associative. E’ l’unica che consente di articolare in maniera stabile due tipi di relazione - quella sessuale (maschio-femmina) e quella generazionale (genitore-figlio) – segnate da una irriducibile differenza. In un mondo in cui la scelta è sempre e solo provvisoria, la famiglia resta il luogo di relazioni forti che incidono in maniera profonda, sia nel bene che nel male, nella vita dei singoli membri. L’altro, nella famiglia, perde la sua connotazione di instabilità, come invece ormai accade nella maggior parte degli ambienti sociali, e non solo quelli digitali: basta cambiare canale, amicizia, partito... Quando si cerca solo chi ci somiglia – attenzione all’equivoca affermazione: basta l’amore! - si tende a evitare il confronto con l'alterità e la vita si trasforma in una grande stanza degli specchi, o degli echi. Nella famiglia l'altro non può essere annullato; non si può cambiare canale, come si vuole. Ripeto: la famiglia - eterosessuale e riproduttiva - è una forma sociale unica, una scuola particolarissima di educazione all'alterità. Una seconda notazione riguarda il ruolo centrale che la famiglia ha avuto nello sviluppo umano così come noi lo conosciamo. Nelle culture in cui la doppia dimensione costituiva della famiglia – quella sessuale e quella generazionale - non è stata ricomposta in maniera adeguata, lo sviluppo economico e sociale della società è stato più difficile. Ad esempio, nei paesi dove non si è strutturata la responsabilità maschile nei confronti dei figli, il processo di sviluppo sociale è stato penalizzato soprattutto nei riguardi delle donne e dei minori. Oppure, si pensi all'educazione dei figli, alla costituzione dei patrimoni familiari, alla nascita delle imprese, al ruolo di assistenza reciproca tra i membri della famiglia (specie lungo l'asse generazionale). Insomma, la famiglia, nella sua qualità di plesso sessuale e simbolico, è riuscita a tenere insieme la delicata dimensione relazionale con le complesse funzioni sociali, permettendo così lo sviluppo sociale nel suo insieme. La famiglia, inoltre, aprendosi ad altre famiglie, è di fatto all'origine storica della città (le città nascono come alleanza di famiglie) e successivamente della cittadinanza, a partire dal riconoscimento del valore di ogni singolo individuo. Lo diceva già Cicerone: familia est principium urbis et quasi seminarium rei pubblicae. Insomma, senza la capacità di autoorganizzazione espressa dalla famiglia, lo sviluppo, per come lo conosciamo, molto difficilmente avrebbe potuto avere luogo.

Certo, si deve rilevare che la famiglia, nel corso del tempo, si è organizzata secondo forme storiche diverse, sempre però all’interno delle sue due dimensioni costitutive, quella generazionale e quella sessuale, ognuna delle quali ha avuto anche i suoi limiti e i suoi problemi. Si deve dire che la famiglia ha imparato a rispettare la libertà individuale e a creare condizioni di un più effettivo rispetto reciproco. Insomma, la famiglia si è andata man mano "purificando". In particolare, i rapporti familiari si sono via via liberati dall'idea del possesso o dall'assunzione acritica dei modelli di disuguaglianza dati per scontati nel contesto sociale circostante. Basti pensare, ad esempio, al rapporto maschile/femminile o padre/figlio, che hanno subito nel tempo profonde rielaborazioni che hanno fatto crescere la famiglia, rendendola migliore e più adatta all'avanzare dello sviluppo. Non si deve dimenticare infatti il rischio del 'familismo': ossia l'incapacità di universalismo che porta la famiglia a rinchiudersi nel proprio recinto più o meno largo. Questa tendenza a rinchiudersi è stata causa di molteplici derive 'amorali', come la contrapposizione tra il bene interno al gruppo familiare e il bene della comunità più allargata. Riuscire a conservare il calore e l'affetto intrafamiliare senza compromettere la sfera pubblica e le condizioni dell'universalismo necessario alla società avanzata è stata, e ancora oggi è, almeno per alcuni aspetti, una sfida difficile. Come dimostra l'oscillazione tra la permanenza di forme di familismo regressivo, da un lato, e l'affermazione di un individualismo radicale, dall'altro, che, arrivando a distruggere la famiglia, stravolge il percorso di umanizzazione senza avere idea delle conseguenze di lungo periodo. La crisi che la famiglia sta traversando potrebbe far pensare a qualcuno che sia arrivato il momento di poter fare a meno della famiglia e fare perciò spazio alle “famiglie”. Io credo che dobbiamo evitare una sorta di babelizzazione di significati. A mio avviso, la crisi che sta traversando la famiglia oggi, può essere una crisi di crescita. Dipende comunque da noi. Dovremmo essere molto più attenti al desiderio profondo degli uomini e delle donne di oggi. Infatti, nonostante l’ostile contesto culturale, la gran parte delle persone desidera una famiglia considerata il luogo centrale per la propria vita. E’ illusorio pensare di sradicarla. Semmai dobbiamo favorire modelli rinnovati di famiglia: ossia una famiglia più consapevole di sé, più rispettosa del suo legame con l'ambiente circostante, più attenta alla qualità dei rapporti interni, più interessata e capace di vivere con altre famiglia. Potremmo dire: se da una parte c'è meno famiglia, in senso quantitativo, dall’altra vi è più famiglia, in senso qualitativo. Del resto nessuna via è stata trovata per la piena umanizzazione di coloro che nascono alla vita. C’è da essere molto più cauti di quanto lo siamo nell’indebolire questa unità fondamentale che resta non solo l'architrave della vita sociale, ma che può evitare le derive disumane di una società ipertecnica e iperindividualista. La famiglia rimane – potremmo dire anche grazie ai suoi difetti e limiti - il luogo della vita, del mistero dell'essere, della prova e della storia. La sua unicità la rende un incredibile e insostituibile "patrimonio dell'umanità".

La Chiesa e la Famiglia

La responsabilità di comunicare la buona notizia della famiglia Consapevole della vocazione e missione della famiglia, Papa Francesco ha convocato il Sinodo dei Vescovi. La crisi culturale che sta colpendo la famiglia chiede alla Chiesa di riscoprire il grande dono che Dio ha fatto al mondo e alla Chiesa di quel trittico originario “matrimonio-famiglia-via”. La famiglia - e questo è nel cuore della tradizione cristiana - continua ad essere la buona notizia che i cristiani sono chiamati a vivere e a testimoniare al mondo intero. Non è una dottrina da trasmettere quanto una realtà da accogliere e vivere. E’ decisivo che i cristiani, in particolare gli sposi e le famiglie cristiane, vivano questo tesoro e lo facciano risplendere come una realtà bella e appassionante, nonostante le difficoltà e i problemi che si incontrano nella vita. In un mondo contrassegnato dalla solitudine e dalla violenza, il matrimonio e la famiglia cristiana sono una “buona notizia” per realizzare un nuovo umanesimo di tutti abbiamo bisogno. Il momento è favorevole. Non perché sia facile comunicare questa notizia, bensì perché essa è l’unica risposta veramente efficace alla necessità di amore che sorge in qualsiasi parte del mondo. Le famiglie cristiane, malgrado tutte le debolezze che caratterizzano la loro vita, offrono molte storie di fedeltà a Dio, a volte contrassegnate dall’eroismo. Queste storie familiari fanno sì che il mondo e la stessa Chiesa continuino ad essere tenuti letteralmente in vita! Le famiglie cristiane dimostrano che la vocazione alla famiglia realizza un’alleanza straordinaria tra l’uomo e la donna. In essa l’attrazione reciproca si trasforma in trasmissione del dono della vita e in impegno a custodirla, farla crescere e accompagnarla con amore per tutto il tempo, in armonia con la creazione di Dio e con la sua Parola. Ogni volta che nasce un bambino o una bambina, la famiglia apre per la società il luogo e il tempo per apprendere un’amicizia e una benevolenza rinnovate tra le persone.

Verso una nuovo cultura del matrimonio e della famiglia E’ urgnete anche nella Chiesa una riflessione rinnovata su questo mistero che è l’uomo e la donna e la famiglia che ne consegue. È la ragione profonda del Sinodo che stiamo celebrando. Si tratta di promuovere, a tutti i livelli, una nuova cultura del matrimonio e della famiglia, partendo dalla stessa riflessione teologica e dall’azione pastorale. Va riletta con maggiore profondità la rivelazione dell’atto creatore di Dio: il momento in cui viene affidata alla famiglia la cura della creazione e della storia della vicenda umana. Nella narrazione biblica della creazione, si conferma immediatamente il superamento dell’individualismo che porta a chiudersi in se stessi. L’autore sacro ci mostra come Dio, dopo aver creato Adamo, dice: "Non è bene che l’uomo sia solo "(Gn 2,18). L’uomo, così come era uscito dalle sue mani, non andava bene. E Dio creò la donna, una compagna che fosse “adeguata”. Il nucleo di questa storia è evidente: la vocazione dell’uomo non è la solitudine, ma la comunione. Ogni uomo ha bisogno dell’altro, ha bisogno che l’altro lo completi. Da solo non può esistere. Nella narrazione del primo capitolo (Gn 1,27) l’autore sacro sottolinea questa dimensione di comunione: "Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò”. La persona umana, sin dalla sua origine, non è un individuo, ma un “noi”: l’io e l’altro sono tra di loro complementari. L’io senza l’altro non è un’immagine piena di Dio, che è il “noi”, l’unione complementare tra l’uomo e la donna. La stessa creazione, inoltre, nega l’autosufficienza, mentre porta scritta la necessità del “noi”, della comunione, e la famiglia ne è l’archetipo. Il Signore affida a questa prima famiglia la cura della creazione e la moltiplicazione della generazione e dei legami sociali umani sia in senso diacronico che sincronico. È una vocazione alta e una missione universale, che fanno sì che l’amore coniugale si orienti verso una dinamica che porta a superare i confini della sola famiglia biologica. La cultura individualista post-moderna induce al ripiegamento su di sé, ad occultare questa vocazione sociale della famiglia. Quanta attenzione, ad esempio, si pone alle dinamiche psichiche della coppia (fascino erotico, complicità sessuale, gratificazione reciproca), e quanta poca sugli effetti sociali della maturità spirituale e umana inscritti nell’amore coniugale e nel progetto familiare! La stessa catechesi cristiana ne è stata influenzata interpretando in mnaiera individualista l’immagine dell’amore tra Cristo e la Chiesa. Ma se il vincolo matrimoniale e la dimensione generativa vengono racchiusi negli stretti confini della coppia e della famiglia biologica, inevitabilmente si deteriorano tanto a livello spirituale, quanto ecclesiale e sociale. Una buona parte della crisi contemporanea – e non solo nell’ambito della famiglia – è dovuta a questa restrizione familista dei vincoli che nascono dal matrimonio e dalla famiglia. Questi brevi riferimenti mostrano quanto sia necessario un approfondimento all’interno della Chiesa. Ma rendono urgenti anche il dialogo tra le diverse tradizioni cristiana e le indicazioni che emrgono dalla società contemporanea (penso ad una maggiore consapevolezza da parte dell’uomo e della donna della dignità della loro soggettività), senza condannarli ma incentivandoli ad entrare in un circolo virtuoso che aiuti a scoprirne le potenzialità positive. È un lavoro culturale che sollecita l’impegno dei laici credenti. La Chiesa deve impiegare tutte le sue energie per agire in modo efficace in questo campo, ammettendo a sua volta i non pochi errori e ritardi accumulati. Lo stesso Istrumentum laboris del Sinodo Straordinario ha mostrato la preoccupante distanza che essite tra il Magistero e il comportamento ordinario dei fedeli. E’ una distanza che chiede di essere molto meglio studiata e compresa, pena ritardi imperdonabili. Penso, ad esempio, alla questione relativa alla paternità responsabile che lo stesso papa Francesco ultimamente ha riproposto cercando di far dialogare la profezia di Paolo VI e la nuova consapevolezza della rilfessione teologica e pastorale.

Sinodo e famiglie “ferite” Il Sinodo Straordinario ha raccomandato una maggiore audacia e creatività per affrontare i grandi temi relativi alla famiglia. Una dimensione sottolineata riguarda l’attenzione da riservare alle famiglie “ferite”: separati, divorziati non risposati, divorziati risposati, famiglie monoparentali. Papa Francesco parla di un’arte dell’accompagnamento, da apprendere e praticare. In questo orizzonte – alla luce della pedagogia divina – il testo sinodale esorta i credenti ad accogliere i “segni della famiglia” anche laddove le unioni tra uomo e donna non raggiungono la piena realizzazione, come nei matrimoni civili o nelle convivenze stabili. Due questioni hanno provocato scalpore nell’opinione pubblica durante il Sinodo. La prima contempla l’accesso ai sacramenti da parte dei divorziati risposati (n. 52 del documento finale). Tale invito richiede anzitutto una conversione pastorale, ossia un impegno molto più attento per accogliere le persone che vivono in queste situazioni. Si deve fare attenzione a trasformare una questione umana in una tipologia ideologica. Dietro ogni sitauzione ci sono storie drammatiche che vanno comptrese e capite. E il primo aiuto è sentire l’amore della comunità cristiana che sat loro vicino, che cura le ferite e accompagna nella crescita della vita cristiana. La comunità cristiana – si potrebbe dire - è il primo “corpo di Cristo” del quale essi debbono nutrirsi. Non dobbiamo cadere nella tentazione di trovare una regola che ci giustifichi e ci faccia risparmiare il compito di stare vicino a loro con amore. Per quanto riguarda l’accesso ai Sacramenti la riflessione in atto è importante.

L’altra questione riguarda le persone di tendenza omosessuale. Il Sinodo ha chiarito, senza lasciar posto ai dubbi, che non è possibile iscrivere unioni di queso tipo nell’orizzonte matrimoniale e familiare che presuppone la diversità tra uomo e donna e l’indispensabile dimensione generazionale. Ciò che viene messo in evidenza è il superamento senza alcun ritardo di ogni pregiudizio e atteggiamento emarginativo. Non mancano altri tempi che a mio avviso andrebbero maggiormente sottolineati. L’elenco è lungo e non è questa la sede per declinarli. C’è, ad esempio, l’ampio dibattito relativo ai processi di nullità. A tale proposito – come sapete - il Papa ha isitutito un’apposita commissione per studiare le possibili vie procedurali a partire dall’abolizione della doppia conforme ad altre modalità più di carattere amministrative. Mi pare si allarghi sempre più la starda che vede i vesxovi assumenre una posizione più rilevante in questo campo. Qui si apre il dibattito e lo studio circa la complessa macchina dei Tribunali ecclesiastici e il notevole impatto pastorale che consegue da una prospettiva di riforma. C’è materia di riflessione anche nel prossimo Sinodo Ordinario. Altro tema concerne la questione femminile. Non è possibile elaborare una nuova cultura della famiglia senza coinvolgere le donne ben più robustamente di quanto accade. Peraltro sono loro che si trovano al centro della cultura dell’altro, base di ogni forma di vincolo familiare. Le donne sono le prime a metterla in pratica con i figli, così come sono state loro le prime a rifiutarla a causa di un distorto senso di emancipazione. Senza un’attiva presenza femminile nell’elaborazione di una nuova pastorale il nostro lavoro sarebbe inutile. Nella maggior parte dei casi sono le donne oggi che se vanno, che sciolgono i legami familiari, ma sono sempre loro quelle a sostenere il peso del lavoro per curare i figli, i malati, gli anziani. Gli uomini, per lo più, fuggono di fronte alle responsabilità. È realmente difficile parlare di famiglia senza riconoscere l’importanza delle donne, senza ascoltare ciò che esse hanno da dire al riguardo. Verso una nuova pastorale della famiglia? Per parte mia direi: più che di una nuova pastorale familiare c’è bisogno di ispirare in senso familiare l’intera pastorale della Chiesa. Ciò si deve concretizzare a partire dalla iniziazione cristiana – e so bene che mi trovo qui in una Chiesa che ha fatto della dimensione mistagogica uno dei cardini della sua pastorale - per giungere alla preparazione dei giovani al matrimonio (si giunge a celebrarre matrimoni validi tra battezzati non credenti che una volta celebrati assumono il valore di simbolo metafisico del legame tra Cristo e la Chiesa), per poi continuare nell’accompagnamento dei primi anni della nuova famiglia con il suo inserimento nella vita della comunità cristiana (una dimensione questa per lo più disattesa), e allargandosi alle diverse età della compresa quella anziana (ma qui si apre la voragine dell’assenza di una pastorale per gli anziani). Il cardine attorno a cui dovrebbe ruotare questa complessa azione pastorale è l’Eucaristia domenicale, vero cantiere della edificazione della Chiesa come “Famiglia di Dio”. E ricordo qui a Bari l’indimenticabile Congresso Eucaristico Nazionale “Senza la Domenica non possiamo vivere”. Con eguale forza dovremmo dire: “Senza la domenica la famiglia non può vivere”. Grazie a questi riferimenti si comprende l’indispensabile relazione tra la famiglia e la comunità cristiana. Oggi vie è una reciproca distanza. La famiglia da una parte e la comunità ecclesiale dall’altra. E’ indispensabile ritrovare una reciproca osmosi: più familiarità nella comunità cristiana e di più ecclesialità nella famiglia. San Giovanni Crisostomo aveva intuito la correlazione tra famiglia e comunità cristiana. Egli parla di famiglia come di “chiesa della casa” (domestica) unendola alla “chiesa della città”. L’una ha bisogno dell’altra. Ed entrambe sono vivificate da quell’amore che porta a non chiudersi in se stessi e ad amare anche gli altri. Se è certo che “non è bene che l’uomo sia solo ", è altrettanto vero che “non è bene che la famiglia sia sola”. Purtroppo oggi la famiglia solitamente è abbandonata dalle istituzioni nel mare agitato della vita, spesso trascurata, sfruttata e maltrattata. Dall’altra parte esiste il rischio che le famiglie si chiudano in se stesse. È indispensabile promuovere una cultura dell’amore come dono, come servizio agli altri. La famiglia non deve neanche vivere solo per se stessa, ma per l’edificazione di una vita ultraterrena. Essa ha bisogno della communitas per non essere alla mercé dell’individualismo. Ho citato anche l’urgenza di un dialogo con i cambiamenti della società di oggi (penso ad esempio alla maggiore presa di coscienza della dignità dell’uomo e della donna nei confronti della propria soggettività, o anche della valorizzazione della donna nella vita della Chiesa), senza esserne schiavi, ovviamente. Ma va elaborata una cultura più ricca del matrimonio e della famiglia anche con la soceità civile. Esistono non poche questioni di ordine culturale e politico che non possiamo tralasciare. Penso, ad esempio, alla questione dell’identità di genere, ossia di ciò che significa essere uomo e essere donna. La distruzione della specificità sessuale, proposta dalla cultura di genere, che trionfa oggi in tutti i contesti internazionali, deve trovare da parte nostra risposte che siano chiare e convincenti. È decisivo il tema della trasmissione culturale tra le generazioni, e pertanto anche la trasmissione della fede. Senza famiglia – e senza le donne in particolare – è impossibile trasmettere la fede alla generazione a venire. Altri temi che dovrebbero essere inseriti in una pastorale familiare che vuole essere più attenta alla realtà contemporanea, sono ad esempio i diritti della famiglia, i diritti inter-generazionali, che comprendono i diritti dei bambini e quelli degli anziani, dei malati, il diritto al lavoro, al riposo, eccetera. Si tratta di un campo vasto e complesso che richiede interventi culturali e politici, oltre che spirituali. Deve emergere una saggezza nuova, una forza nuova, che promuovano e difendano il matrimonio, la famiglia e la vita. Se siamo capaci di orientare insieme questo movimento di promozione e difesa del matrimonio e della famiglia, potremo coinvolgere anche le tradizioni religiose, iniziando dall’ebraismo e continuando con gli umanisti onesti, affinché questo patrimonio comune dell’umanità possa aiutare gli stessi popoli ad essere una famiglia, in cui i suoi diversi membri sappiano convivere in pace.

Conclusione

Per concludere vorrei sottolineare che nel kairos attuale, la Chiesa porta sulle proprie spalle la responsabilità di mostrare al mondo che il vincolo stabile e procreatore dell’uomo e della donna costruisce realmente comunità umane che sono all’altezza dell’umano, e mette in circolo dimensioni affettive e responsabilità con legami che non si potrebbero creare in un altro modo. È decisivo contrastare la deviazione di un adattamento della Chiesa all’ideologia moderna della società dell’individuo. Ho menzionato le considerevoli battaglie che restano ancora da combattere. Il punto centrale però da affrontare è il modo in cui la trasmissione della vita influisce sulla percezione della vita, cioè trasmettere alle generazioni il rispetto verso il mistero dell’amore dalla sua origine fino al suo destino ultimo, inscritto nell’intimità del Dio trinitario. La risposta è affidata ad una nuova primavera delle famiglie cristiane, tanto di quelle che godono di buona salute, quanto di quelle che sono ferite, aiutate e rese in grado di uscire con gioia da ogni confinamento che le possa chiudere in se stesse, per porsi, se così si può dire, tutte in uno “stato di missione”, e cioè nell’atteggiamento di condividere familiarmente i propri beni, sotto il segno della fede. Il vincolo delle famiglie con la comunità ecclesiale – anche se troppo fragile come ho già detto - è determinante. Nella frammentazione umana di oggi, deve essere dato nuovo impulso alla dimensione ecclesiale. Solamente comunità e famiglie vive e vitali custodiscono questo “grande mistero”, rispetto a “Cristo e la Chiesa”, di cui parla l’Apostolo Paolo (Ef 5, 32). L’orizzonte si amplia immediatamente. Ripeto: è necessario ispirare al senso familiare tutta la vita della Chiesa, affinché essa sia ogni volta più “Famiglia di Dio” e fermento che aiuti l’umanità ad essere una “famiglia di popoli”.

Saluto del Moderatore S. Ecc. Rev.ma Mons. Francesco Cacucci

TRIBUNALE ECCLESIASTICO REGIONALE PUGLIESE

CERIMONIA DI INAUGURAZIONE
DELL 'ANNO GIUDIZIARIO

Bari 28 marzo 2015
Saluto dell'ARCIVESCOVO MODERATORE

Un cordiale saluto a tutti Voi, che avete gentilmente accolto l’invito a partecipare all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese.

Il mio deferente saluto è rivolto innanzitutto alle Autorità presenti, civili e militari, che con la loro costante presenza negli anni, dimostrano l’attenzione verso il lavoro della Comunità Ecclesiale in tutte le sue espressioni. La collaborazione e la sintonia tra le Istituzioni religiose e civili, nel rigoroso rispetto delle reciproche funzioni e responsabilità, è motivo di speranza per il perseguimento del bene comune.

A S.E. Mons. Vincenzo Paglia, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, rivolgo il mio personale ringraziamento e quello della Chiesa pugliese, per aver voluto accettare l’invito a tenere la Prolusione per questo Atto inaugurale, su un tema che sta impegnando in modo intenso la vita della Chiesa tra l’evento del Sinodo straordinario dell’ottobre del 2014 e quello ordinario del 2015. S.E. Mons. Paglia è persona di dialogo, tra gli uomini e le religioni, strumento privilegiato per generare processi di pace tra i popoli, in un periodo storico nel quale si moltiplicano i conflitti. Anche per questo, a Lui e alla Comunità di S. Egidio, che segue con sapiente discernimento, va il nostro ringraziamento. Saluto altresì con viva cordialità gli operatori del Tribunale Ecclesiastico di Benevento, con il quale si è instaurato da decenni un rapporto intenso e fruttuoso di collaborazione che cresce e si rinsalda nel tempo, al servizio del bene dei fedeli che si rivolgono alla Giustizia della Chiesa. Invio il mio saluto anche S.E. Mons. Angelo Massafra, Arcivescovo di Scutari e Moderatore del Tribunale Ecclesiastico di Albania, di cui il Nostro è sede di Appello, qui rappresentato dal Giudice don Giorgio Meta. Il legame tra le due Istituzioni è ulteriore testimonianza di una consolidata collaborazione e segno di fraternità tra il popolo italiano, e quello pugliese in particolare, e il popolo albanese, tra la Chiesa di Puglia e quella di Albania.

Il solenne Atto che oggi celebriamo, oltre ad essere un rito consolidato, mi offre l’opportunità di manifestare sincera gratitudine ad una Istituzione pastorale che, con discrezione e laboriosità, opera al servizio della Chiesa e per il bene dei fedeli. Il prezioso lavoro di tutti gli operatori del Nostro Tribunale sarà illustrato dal Vicario Giudiziale, don Pasquale Larocca, che con scrupolo, competenza e dedizione conduce il prezioso lavoro di una struttura ben articolata. Giungano, per mio tramite, a Lui e a tutti gli operatori del Tribunale Ecclesiastico Pugliese, i saluti e la riconoscenza dei Vescovi di Puglia. Mi piace in questa sede riprendere un passaggio tratto dal documento preparatorio al Sinodo sulla famiglia, Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione: «La buona novella dell’amore divino va proclamata a quanti vivono questa fondamentale esperienza umana personale, di coppia e di comunione aperta al dono dei figli, che è la comunità familiare. La dottrina della fede sul matrimonio va presentata in modo comunicativo ed efficace, perché essa sia in grado di raggiungere i cuori e di trasformarli secondo la volontà di Dio manifestata in Cristo Gesù». Dentro questa visione deve inserirsi l’applicazione della Legge nella Chiesa. Riflettere sulla relazione tra funzione del diritto e missione della Chiesa come strumento di salvezza è ciò che deve sempre contraddistinguere l’attività degli operatori dei Tribunali ecclesiastici. Sentirsi partecipi della vita e della missione di salvezza attraverso l’applicazione delle norme giuridiche è un’esperienza ecclesiale. Sentire cum ecclesia, si diceva un tempo, è la vera essenza del giurista canonista, ciò che lo qualifica rispetto al giurista in senso lato.

Appare opportuno riflettere in questa sede su alcune parole che il Santo Padre ha voluto proporre durante il Suo recente discorso in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale della Rota Romana. Il Papa muove dall’analisi del «contesto umano e culturale in cui si forma l’intenzione matrimoniale». È evidente il riferimento alle trasformazioni in atto nella società, che influiscono in modo determinante sull’attuazione del progetto divino sul matrimonio e sulla famiglia. La crisi «del matrimonio – prosegue – è non di rado nella sua radice crisi della coscienza illuminata dalla fede, cioè dall’adesione a Dio e al Suo disegno d’amore realizzato in Gesù Cristo». Questa crisi lascia «campo aperto ai compromessi con il proprio egoismo … la non conoscenza dei contenuti della fede potrebbe portare a quello che il Codice chiama errore determinante la volontà (cfr can. 1099) … Tale errore non minaccia solo la stabilità del matrimonio, la esclusività e fecondità, ma anche l’ordinazione del matrimonio al bene dell’altro, l’amore coniugale come “principio vitale” del consenso, la reciproca donazione per costituire il consorzio di tutta la vita».

È, dunque, la fede nel Cristo Salvatore che deve ispirare l’attività di tutti gli operatori giuridici e pastorali della Chiesa nel mondo di oggi, riaffermando l’idea dell’unità inscindibile tra matrimonio, famiglia e vita. Mi piace, in questo contesto, comunicare che dal 27 al 30 agosto si svolgerà a Bari la 66a Settimana Liturgica Nazionale sul tema: Eucaristia, Matrimonio, Famiglia, a dieci anni dal Congresso eucaristico nazionale. Ci auguriamo che l’assise possa ulteriormente illuminare la dimensione ecclesiale della celebrazione del matrimonio e la missione della famiglia nella Chiesa e nella società. Rinnovo il mio ringraziamento per la Vostra qualificata presenza.

Francesco Cacucci
Arcivescovo di Bari-Bitonto
Moderatore del T.E.R.P.

Relazione Mons. Pasquale Larocca, Vicario Giudiziale TERP

TRIBUNALE ECCLESIASTICO REGIONALE PUGLIESE

BARI

Relazione dell’attività dell’anno 2014

In occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2015

28 Febbraio 2015

Eccellenze Reverendissime, distinte Autorità, cari Confratelli, gentili Ospiti, per la prima volta, in qualità di Vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese, assolvo al gradito incarico di illustrare l’attività dello stesso Tribunale svolta nell’anno 2014. Lo faccio volentieri, anche a nome dei Vicari aggiunti, del Collegio dei Giudici e di tutti i collaboratori. Avverto innanzitutto il bisogno di ringraziare la Conferenza Episcopale Pugliese per la fiducia accordataci e per l’attenzione a noi riservata anche attraverso il costante consiglio e l’attenta vigilanza dell’Arcivescovo Moderatore. Ringrazio altresì chi mi ha preceduto nell’ufficio, Mons. Luca Murolo e Mons. Luigi Stangarone.

CONTESTO GENERALE

L’impegno giudiziario dell’anno appena trascorso si è svolto in un clima di peculiare e positivo fermento nella vita ecclesiale, che ha tratto non poche suggestioni dal Sinodo sulla Famiglia (“Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”) in corso di realizzazione, sia nella fase preparatoria sia nella celebrazione straordinaria dell’ottobre scorso sia in vista della sessione ordinaria che si svolgerà il prossimo ottobre. Su questa scia abbiamo ritenuto opportuno invitare S.E. Rev.ma Mons. Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, a tenere la prolusione in occasione della odierna inaugurazione dell’Anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico. Lo ringrazio vivamente per aver accolto prontamente l’invito. Le riflessioni che stanno accompagnando l’evento sinodale, toccando da vicino il ministero giudiziale, si percepiscono nelle aule del nostro Tribunale, soprattutto attraverso le attese dei fedeli e degli operatori. In particolare, si avvertono due tipi di sollecitazioni. La prima fa riferimento ad una maggiore celerità del processo. Andrebbe chiarito, però, che tale pur legittima aspirazione non dovrebbe essere sovrastimata: un giusto processo richiede tempi opportuni per lo studio di una causa, che molto spesso esige attenzione e ponderazione. La celerità non può e non deve andare a discapito di una retta e cosciente amministrazione della giustizia. Il ministero del giudice ecclesiastico si confronta quotidianamente con la coscienza e i drammi di fedeli feriti nel tempio più sacro della loro esistenza, quello degli affetti più intimi. La seconda sollecitazione fa riferimento alla questione dei costi del processo. Con sempre maggiore chiarezza ci sforziamo di rendere note le indicazioni vincolanti stabilite dalla CEI sia a proposito degli onorari spettanti ai patroni sia a proposito delle spese processuali. Si viene, comunque, sempre incontro alle reali situazioni di difficoltà o di indigenza dei fedeli. Da parte nostra, siamo costantemente impegnati nella ricerca di strade idonee a rispondere sempre meglio alle richieste di quanti attingono al nostro servizio pastorale. Si attende con fiducia, peraltro, l’annunciata riforma della normativa processuale matrimoniale che, quanto meno, dovrebbe andare nella direzione dell’auspicata abolizione della obbligatorietà della doppia sentenza conforme. I tempi processuali ne beneficerebbero notevolmente.

ATTIVITÀ INTERREGIONALE

Nel novembre 2013, su proposta del Vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale Campano, Mons. Erasmo Napolitano, ci siamo incontrati a Pompei con i Vicari giudiziali dei Tribunali Ecclesiastici del Sud Italia (Napoli, Salerno, Benevento, Bari, Reggio Calabria e Palermo) per rileggere insieme le procedure processuali al fine di individuare procedure comuni e possibili vie di snellimento dei processi. L’incontro è stato particolarmente proficuo, tanto che si è avvertita l’esigenza di ripeterlo. Una nuova sessione si è tenuta a Sorrento, lo scorso ottobre. In quella circostanza si sono aggregati i Vicari dei Tribunali di Torino, Venezia e Cagliari. Un’ulteriore sessione è stata programmata per il prossimo aprile, nuovamente a Sorrento. L’intento di uniformare e snellire le procedure ha trovato soluzioni condivise, anche attraverso precisi quesiti posti alle Superiori Istanze della Santa Sede e della Conferenza Episcopale Italiana. Anche questo lavoro ha consentito al nostro Tribunale di beneficiare di una nuova impostazione processuale, che, attraverso la valorizzazione di norme presenti nel Codice vigente, ha consentito di avviare percorsi più rapidi nell’espletamento delle formalità giudiziarie. Sono stati determinati, ad esempio, tempi più definiti per la consegna delle difese degli avvocati e delle perizie dei professionisti coinvolti nel processo. Anche nella fase iniziale (formulazione del dubbio) si è scelto un iter meno complesso che ha consentito di abbreviare tempi non del tutto necessari. Riscontri positivi rispetto a quanto posto in atto non sono mancati già nel corso dell’anno appena trascorso.

GIUDICI

Molto proficua si è rivelata la collaborazione con i tre Vicari aggiunti. Mons. Paolo Oliva ha assunto la responsabilità dei rapporti con gli avvocati, mentre Mons. Mario Cota e Mons. Giacomo Giampetruzzi si sono dedicati all’ascolto dei fedeli per un discernimento previo all’introduzione di una causa. Gli incontri collegiali sono serviti, poi, a scambiarci idee e a proporre soluzioni ai diversi problemi emergenti. Anche l’intero Collegio dei giudici (composto da 25 sacerdoti e un laico) è apparso particolarmente coeso e motivato nel lavoro. Il Rev.do P. Lorenzo Lorusso ha lasciato l’incarico di giudice, essendo stato nominato Sotto-Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali. Un particolare apprezzamento rivolgo ai giudici più anziani, i quali non lesinano il loro tempo e la loro esperienza al servizio del Tribunale. Rilevo con soddisfazione che diversi giudici chiedono di poter offrire più tempo al servizio del Tribunale, intendendo il loro lavoro come un autentico e delicato impegno pastorale per il bene dei fedeli che ci sono affidati. Da sottolineare anche l’impegno, fortemente avvertito da tutti, di un costante aggiornamento che si realizza attraverso la partecipazione a corsi e convegni organizzati dalle Facoltà romane e dalle Associazioni canonistiche italiane.

PATRONI

Per quanto riguarda gli Avvocati iscritti all’Albo, evidenzio una sostanziale fedeltà all’impegno assunto, al fine di collaborare con il Tribunale all’accertamento della verità. Seppur con qualche sacrificio, ognuno si attiene alle tabelle remunerative stabilite dalla CEI. Non si può negare, d’altra parte, che i compensi non sono sufficientemente adeguati all’impegno profuso. Ciò genera, talvolta, qualche piccola licenza che viene comunque opportunamente censurata. Il problema è all’esame degli Uffici della CEI. D’intesa con l’Arcivescovo Moderatore, dall’anno in corso, in linea con la prassi degli altri Tribunali, si ammettono all’Albo esclusivamente avvocati che abbiano conseguito il Dottorato in Diritto canonico, non essendosi rivelata felice l’ammissione ad biennium per i Licenziati. Le nomine vengono fatte per cinque anni, in conformità con gli altri uffici ecclesiastici. Circa i Patroni stabili operanti presso il Tribunale, dal gennaio 2015 le unità sono scese a due, essendosi conclusa la collaborazione con l’Avv. Franca Maria Lorusso. Globalmente si rileva una qualche lamentela da parte dei fedeli affidati al loro patrocinio, circa un impegno talvolta carente nell’esercizio del loro ministero. D’altro canto è oggettivamente difficile per loro essere presenti alle udienze e seguire in modo puntuale lo svolgimento dei processi in cui sono coinvolti. Questo è dovuto al numero sempre crescente di cause loro affidate e al fatto che la presenza in Tribunale veniva limitata dall’impegno presso le diverse Diocesi della Regione. Lo scorso anno, con il consenso dell’Episcopato pugliese ho invitato i Vicari giudiziali delle Diocesi ad un primo incontro plenario, al fine di sensibilizzare ciascuno di loro ad un impegno più incisivo nel territorio di appartenenza, in stretta sintonia con i parroci. In continuità con quell’incontro, nel corso della recente sessione della Conferenza Episcopale Pugliese si è deciso di affidare l’ascolto e la consulenza dei fedeli che si orientano alla richiesta di nullità matrimoniale esclusivamente ai Vicari giudiziali delle singole diocesi, i quali avranno cura di notificare opportunamente tempi e luogo del loro servizio. Alcuni di loro già operano efficacemente in tal senso. Ciò consentirà ai Patroni stabili una maggiore permanenza in Tribunale. Sottolineo che tale consulenza, raccomandata dal Codice, ha una valenza squisitamente e prioritariamente pastorale e non del tutto tecnica. Tale consulenza, infatti, viene concessa ai patroni stabili, in subordine all’esercizio del patrocinio (cfr. can. 1490 CIC e art.113 DC).

DIFENSORI DEL VINCOLO

Il Collegio dei Difensori del Vincolo, composto da 12 collaboratori e diretto da Mons. Felice Posa, nel 2014 si è arricchito di una nuova unità nella persona del Prof. Claudio Papale, docente presso la Pontificia Università Urbaniana e collaboratore della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il suo contributo ha apportato ulteriore esperienza e competenza all’esercizio di un Ufficio particolarmente utile e delicato nella trattazione delle nullità matrimoniali. Tale servizio rappresenta un riferimento essenziale e apprezzato dal Collegio dei giudici.

PERSONALE

Il personale laico (composto da 13 unità) offre il proprio servizio con dedizione e spirito ecclesiale. La collaborazione tra gli addetti ai vari servizi appare soddisfacente. Recentemente è stato introdotto l’uso del badge per disciplinare meglio l’orario di lavoro in base al contratto sottoscritto. Mi piace sottolineare che anche il personale dipendente cura la propria formazione culturale e professionale. Il Cancelliere ha conseguito il Dottorato in Diritto canonico nel 2013 e altri due dipendenti hanno già conseguito la Licenza in Diritto canonico, in vista del completamento dell’iter disciplinare per il conseguimento del Dottorato.

GESTIONE ECONOMICA

Quanto alla gestione economica, a fronte di una sollecitazione da parte della CEI ad un progressivo contenimento delle spese, si sono poste in atto una serie di attenzioni che hanno permesso un notevole risparmio finanziario rispetto al bilancio preventivo proposto e approvato per il 2014. Il risparmio è stato di circa 75.000 euro. Si è inciso positivamente sulle spese postali, sul consumo della carta e sui contratti di manutenzione. Ci si è avvalsi, altresì, nel modo prudente previsto dagli standard di sicurezza informatica, dell’uso della posta elettronica per l’invio degli atti. Si sta lavorando al fine di attivare la posta certificata per l’interlocuzione rapida e a costo zero con i Giudici e con gli Avvocati. Ciò ha consentito, altresì, di dotare la struttura di una serie di nuove attrezzature necessarie al lavoro. Si è ritenuto anche di dover intervenire sullo stabile, per lavori di manutenzione non rinviabili. Il Tribunale è stato provvisto di una Cappellina, particolarmente frequentata dalle persone in attesa di essere ascoltate. Funziona un punto di ristoro sufficientemente fornito e una biblioteca che si sta arricchendo anche grazie a donazioni personali, da ultimo quella realizzata da Mons. Felice Posa. Recentemente è stato totalmente bonificato il piano interrato dello stabile, dove si è potuto allestire un archivio capiente e funzionale. Un sistema di videosorveglianza copre l’interno e l’esterno dell’immobile al fine di garantire la necessaria sicurezza delle persone, degli atti custoditi e dell’intera struttura. Nonostante la riduzione delle risorse, si è fatto fronte alle esigenze di indigenza reali rappresentate da fedeli impossibilitati a sostenere le spese sia attraverso la concessione del gratuito patrocinio sia attraverso l’esonero totale o parziale delle spese processuali. Anche in questo caso si sono utilizzati criteri più rigorosi e oggettivi (la presentazione del certificato ISEE, unitamente alle lettere testimoniali dei propri parroci) già in uso presso altri Tribunali. In quest’ambito, va evidenziata la lodevole premura da parte di alcune comunità parrocchiali nell’assumersi l’onere delle spese processuali dei fedeli indigenti. Anche questa è espressione di squisita carità pastorale.

DATI

Quanto ai dati numerici, si allegano le tabelle complete circa l’intera attività processuale dell’anno 2014. Ci si limita a evidenziare solo quelli essenziali. I libelli introdotti nel 2014 sono stati 220 (rispetto ai 213 del 2013), mentre le cause decise sono state 260 (rispetto alle 217 del 2013). Di conseguenza le cause pendenti sono scese dalle 505 al 31.12.2013 alle 452 al 31.12.2014. Evidenzio il trend positivo che si è registrato in Puglia rispetto alle altre Regioni italiane, dove, invece, si è avuta una sensibile flessione delle richieste di nullità matrimoniali. È un fatto indubbiamente apprezzabile. La fiducia dei fedeli pugliesi nel Tribunale Ecclesiastico Regionale e il valore che si attribuisce al sacramento del matrimonio andrebbero sostenuti in tutti i possibili ambiti pastorali. Questo è auspicabile sia attraverso un’azione più incisiva dei parroci e dei sacerdoti che si confrontano più direttamente con i fedeli in crisi matrimoniale sia, come già accennato, attraverso una presenza e un’opera di sensibilizzazione capillare in ogni diocesi a cura del Vicario giudiziale territoriale. Dai dati regionali Istat relativi al 2012 (ultimi dati disponibili, pubblicati il 23 giugno 2014) risulta che in Puglia sono state evase 4713 separazioni presso i Tribunali civili (2943 presso il distretto della Corte di Appello di Bari, 1770 presso quello di Lecce). Dovremmo interrogarci sul motivo per cui solo una piccola percentuale di coniugi si rimette al giudizio della Chiesa, pur avendo celebrato un matrimonio religioso. Anche se, va sottolineato, non tutti i matrimoni falliti sono di per sé nulli. Vero è che, probabilmente, devono ancora essere sfatati alcuni diffusi luoghi comuni che insistono sulla dispendiosità eccessiva delle cause matrimoniali e sulla complessità dei processi canonici. Da parte nostra stiamo collaborando attivamente con gli Uffici diocesani di pastorale familiare, con i Consultori familiari diocesani e, in particolare, con i responsabili della Confederazione regionale degli stessi Consultori. È in atto una positiva sinergia che si sta concretizzando in iniziative comuni.

CONCLUSIONE

In conclusione, mi piace richiamare il mandato che il Santo Padre ha affidato ai giudici ecclesiastici nella Sua recente allocuzione alla Rota Romana: «Ecco la difficile missione vostra, …: non chiudere la salvezza delle persone dentro le strettoie del giuridismo. La funzione del diritto è orientata alla salus animarum a condizione che, evitando sofismi lontani dalla carne viva delle persone in difficoltà, aiuti a stabilire la verità nel momento consensuale: se cioè fu fedele a Cristo o alla mendace mentalità mondana». Un auspicio e una sfida che questo nostro Tribunale è pronto ad accogliere. Grazie per l’attenzione.

Sac. Pasquale Larocca
Vicario Giudiziale

Statistiche Anno 2014

Relazione al 31/12/2014

Cause introdotte
220
Cause archiviate
13
Rato
0
Cause decise
260

Decise

Affermative
224
Negative
36
Totale
260

Capi di nullità

Esclusione della indissolubilità
87 affermative
47 Negative
Esclusione della prole
51 affermative
34 Negative
Simulazione totale del consenso
52 affermative
38 negative
Incapacità ad assumere gli obblighi coniugali
53 affermative
18 negative
Defectus discretionis iudicii
48 affermative
19 negative
Timore
4 affermative
7 negative
Esclusione della fedeltà
12 affermative
9 Negative
Errore di qualità
0 affermative
3 Negative
Impotenza
0 affermative
1 Negative
Condizione
5 affermative
2 Negative
Esclusione del bonum conuigum
0 affermative
6 Negative
Dolo
3 affermative
10 Negative
Impedimento per vincolo precedente
0 affermative
0 Negative

La somma dei capi ammessi o respinti non corrisponde al numero delle sentenze affermative o negative in quanto alcune volte nella stessa sentenza il Tribunale si è pronunziato su più capi, alcuni dei quali vengono ammessi e altri respinti.